PARTE 4

Siamo alla quarta parte di questi approfondimenti e vedremo di trattare una questione che mi ha incuriosito, ovvero il fatto che la sovrapesca sarebbe una causa scatetante di epidemie per l’uomo.

(1:00:38) Riprendendo la questione delle sovvenzioni all’industria ittica lungo le coste africane, la sovrapesca che ne deriva porta ad una riduzione del pescato e dunque spinge le persone verso entroterra per la caccia, con conseguente incremento dei focolai o esplosioni epidemiche. A supporto di questo, Tabrizi cita l’articolo “Ebola Viral Disease in West Africa: A Threat to Global Healt, Economy and Political Stability.”

FATTI: anche questa faccenda ha una complessità disumana e posso solo dire, per brevità, che molto dipende soprattutto dal contesto socio-economico e sanitario di ciascuna nazione e continente. Sempre per brevità, andiamo a commentare l’articolo [1] citato da Tabrizi.

In questo si ritroverà anche la sovrapesca, ma non come elemento scatenante, piuttosto come uno dei fattori che ha incrementato la sua diffusione per via della caccia entroterra. Uno e non l’unico, dato che altri eventi, tra cui le difficoltà economiche accompagnate dai periodi di forte siccità, hanno messo in ginocchio anche altre attività come quella agricola e dunque costretto non solo i pescatori, ma anche gli agricoltori a ricorrere alla caccia del pipistrello per rivenderne le carni nel mercato.

Parlo di incremento della diffusione e non di responsabile dell’esplosione dell’epidemia perché tale evento è da rivedere, ancora, anche nel più vasto e deteriorante fenomeno dei cambiamenti climatici: la riduzione della pioggia e la progressiva desertificazione ha costretto i pipistrelli della frutta a migrare in regioni più favorevoli per la loro sopravvivenza. Immaginatevi nuvole mastodontiche di piccoli Batman che percorrono lunghissime distanze, raggiungendo aree in prossimità di città o villaggi perché le aree in cui loro trovano cibo si stanno riducendo.

Assieme a questo troviamo una situazione locale già problematica, che comprende un sistema sanitario che potrebbe dare di meglio se solo avessero fondi, infrastrutture idonee ed operatori sanitari, scarsità di acqua potabile per il consumo umano o l’igiene, pratiche di sepoltura e capacità di gestione dei cadaveri in contesti poveri, servizi sanitari portuali deboli ed altri fattori ancora.

Ed ancora attività economico-commerciali che prevedono lavori in mezzo alla foresta con rischio di contrarre una perniciosa zoonosi (Ebola tra le tante). Insomma, il problema sanitario legato alla sovrapesca sarebbe stato un po’ gonfiato: non è da vedere come causa, piuttosto come cofattore della diffusione.

Francamente credo di aver già scritto abbastanza sulla faccenda e sui punti che ho reputato più critici del documentario Seaspiracy. Per altre questioni, alcuni colleghi su YouTube [2, 3, 4] hanno espresso bene altre problematiche e vi invito a darci un’occhiata. Anche perché è arrivato il momento di chiudere l’argomento e lo farò con una riflessione.

Tabrizi, in uno o più punti della sua inchiesta, rimarcherà più volte come alcuni dei disastri che ha riportato non siano imputabili ai cambiamenti climatici (o che non siano la principale causa), ma causati soltanto dalla pesca. Fa furbescamente leva su un problema nella comunicazione di massa che io ed altri colleghi abbiamo notato ed è quello del sacrificare diverse questioni ambientali, come quello della barriera corallina, sull’altare della narrativa dei cambiamenti climatici come unici e soli responsabili [5].

Purtroppo i mass media in generale tendono a semplificare troppo la questione e dunque a puntare il dito contro un unico colpevole. Così facendo diventa più digeribile per il grande pubblico, ma il rovescio della medaglia è quello di ignorare altri problemi che lavorano insieme, se non in sinergia tra di loro e con i cambiamenti climatici stessi. Cosa che rappresenta terreno fertile per persone come Tabrizi presenteranno i problemi ignorati al pubblico, talvolta, con la maschera del complotto.

Ovviamente non è solo un problema dei mass media, ma riguarda anche i ricercatori stessi: spesso possiamo avere un mostro in termini di produttività e di invettiva in un laboratorio che poi, però, si dimostra incapace di spiegare il suo lavoro FUORI dall’università o dall’ente di ricerca. Purtroppo, a meno che non ti sia iscritto a corsi di laurea dedicati, nelle Università non si tengono corsi di comunicazione della scienza e per certo gli esami (incluso quello di laurea) non possono certo bastare per imparare questa, concedetemi il termine, “arte”. Alcuni imparano “per strada”, mentre altri no e non comunicano nulla, se non ai colleghi per lavoro.

Forse, se ci fosse una comunicazione più chiara tra istituzioni di ricerca e mass media, probabilmente oggi non avremmo questo dilagare di cospirazioni e bufale su temi come cambiamenti climatici, vaccini e alimentazione. Chi lo sa.

[1] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5349256/

[2] https://www.youtube.com/watch?v=tbmC3MvUyLs&pp=qAMBugMGCgJpdBAB

[3] https://www.youtube.com/watch?v=_kskUT_HYJk&ab_channel=Marine%27sScienceCaf%C3%A9

[4] https://www.youtube.com/watch?v=tbmC3MvUyLs&ab_channel=Telly%27sMarineTales

[5] https://academic.oup.com/icesjms/article/77/1/40/5673597?login=true

PARTE 2

In questa seconda parte tratteremo un altro aspetto interessante sull’argomento, ovvero il ruolo dei pesci nei confronti del della chimica degli oceani e sul clima. Data la complessità e la lunghezza, la conclusione la troverete nella terza parte.

(38:53) I pesci non solo hanno una profonta connessione inter-specie, ma parteciperebbero nel mantenimento della chimica degli oceani e dell’atmosfera terrestre. George Monbiot, giornalista del Guardian, dichiara che muovendosi lungo la colonna d’acqua avrebbe gli stessi effetti delle onde, del vento, delle mareggiate e delle correnti marine combinate.

(39:40) Il movimento lungo la colonna d’acqua contribuisce ad abbassare le temperature della superficie marine e dunque il decremento delle specie marine favorirebbe il riscaldamento di queste acque. A supporto di questa tesi, viene riportato il titolo di un articolo della UN environment: “Fish carbon” stabilizes our climate.

FATTI: riguardo la questione del mantenimento della chimica, questa uscita è stata esagerata: secondo le analisi di Kunze del 2019 [1] la biosfera marina, costituita non solo da balene e pesci, ma anche da plancton ed altri animali, benché in grado di generare delle turbolenze, non sono in grado di rimescolare in modo significativo le acque e dunque non sono questo grande contributo come possono esserlo, invece, le onde di gravità.

Tuttavia, questo non significa che non abbiano un certo ruolo: oltre ai fattori abiotici (l’azione dei “non viventi”), tra cui quelli citati da Monbiot, abbiamo anche i fattori biotici che includono non solo i pesci, ma anche la componente planctonica nel meccanismo noto come “pompa biologica” per il sequestro della CO2 atmosferica [2].

Tale meccanismo incrementa il trasporto della CO2 sotto forme organiche fuori dalla zona eufotica (la luce utile alla fotosintesi non raggiunge certe profondità; al di sotto di queste siamo fuori da questa zona) per vie passive, come la precipitazione delle componenti del plancton secrete (organiche ed inorganiche) ed individui deceduti, oppure per vie attive attraverso la migrazione dei pesci e del plancton che poi rilasciano in profondità [2, 3].

La migrazione è una componente fondamentale per la pompa biologica e viene chiamata Diel Vertical Migration (immagine): in pratica, di giorno la componente zooplanctonica e i pesci risiedono in profondità (dove non arriva la luce), ma di notte risalgono per nutrirsi [4]. Dopo di che, il carbonio assimilato da questi scende in profondità prima dell’alba e rilasciato attraverso la respirazione, le espulsioni fecali o la morte dei predatori [3].

Rappresentazione del Diel Vertical Migration (fonte NASA).
Rappresentazione del Diel Vertical Migration (fonte NASA).

Per quanto riguarda i pesci, la CO2 sequestrata viene anche sfruttata per esigenze fisiologiche: nell’articolo di Roberta Kwok [5] si fa menzione del contributo dei pesci nel ciclo del carbonio attraverso la secrezione di carbonato di calcio utile per alcune specie di alghe marine dotate di guscio o esoschelettro calcareo.

I pesci lo producono perché è anche il loro modo di espellere l’eccesso di calcio che assimilano dall’acqua marina. Così facendo arriverebbero a produrre dai 40 ai 110 milioni di tonnellate di carbonato di calcio all’anno, circa dal 3 al 15% del carbonato di calcio totale (stime derivate da modellistica, quindi da prendere con le pinze).

Inoltre, sempre nell’articolo di Kwok, i pesci avrebbero accellerato la produzione di carbonato di calcio in risposta all’incremento di CO2 in atmosfera (che poi giunge in mare). Tuttavia, molte delle stime che tendiamo a trovare sull’argomento si riferiscono a pesci ossei che vivono in acque calde tropicali, mentre per quello che riguarda la produzione e il destino dei carbonati prodotti dai pesci che vivono in altre acque, come quelle temperate, non è stato ancora ben chiarito [6].

In base a tutto questo, i pesci da soli giocano un ruolo così fondamentale in termini biogeochimici? Beh, forse no. Benché la pompa biologica del carbonio sia stata sottovalutata per tutti questi anni [7], i pesci da soli contribuirebbero appena al 16% circa del flusso totale del carbonio dalla superficie alle profondità marine, mettendo assieme vie dirette ed indirette [8]. Non sono comunque briciole, ma il punto è un altro.

Non sarebbero i loro movimenti a promuovere il passaggio dei composti chimici attraverso il rimescolamento delle acque, piuttosto sono le loro attività fisiologiche e biochimiche a compiere questo processo. I cambiamenti della chimica del mare, però, sarebbero principalmente da imputare all’inquinament, e al riscaldamento globale (quest’ultimo incentiva la respirazione delle acque poco profonde, con un aumento del rilascio della CO2) [9].

Quindi, in base a tutto questo, la sovrapesca non avrebbe alcun effetto in questo flusso? Non ho detto ciò, ma dobbiamo capire che il sistema vivente e non, marino e terrestre, non è fatto di linearità ed è dannatamente complesso. Sarebbe necessario anche introdurre il concetto di effetti a breve o lungo termine, i quali però richiedono un maggiore approfondimento dei loro meccanismi. E voi vi sarete già stufati in questo momento, per cui tiriamo dritto.

La revisione di Sumila e Tai [10] parla degli effetti della sovrapesca e spiega anche come la sua fine possa aiutare ad aumentare la resilienza degli oceani ai cambiamenti climatici. Del resto, i pesci giocano un ruolo chiave nelle reti trofiche marine dove sono sia prede che predatori. Un ambiente salubre permette di ospitare una grande varietà di specie ed individui, i quali vanno a costituire una rete trofica più completa (la famosa “catena alimentare”, ma che comprende tutte le specie e le loro interazioni possibili) ed anche la stabilità stessa della pompa biologica citata prima.

Proseguo e conclusioni di questa sezione nella terza parte.

[1] https://www.annualreviews.org/doi/abs/10.1146/annurev-marine-010318-095047

[2] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/B9780080959757006045

[3] https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0079661114001281

[4] https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2019.00634/full

[5] https://www.cell.com/current-biology/pdf/S0960-9822(14)01067-7.pdf

[6] https://www.nature.com/news/2009/090115/full/news.2009.30.html

[7] https://aslopubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/lno.11339

[8] https://www.whoi.edu/press-room/news-release/the-oceans-biological-pump-captures-more-carbon-than-expected/

[9] https://aslopubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/lno.11709

[10] https://www.researchgate.net/publication/296476677_The_influence_of_the_biological_pump_on_ocean_chemistry_Implications_for_long-term_trends_in_marine_redox_chemistry_the_global_carbon_cycle_and_marine_animal_ecosystems

[11] https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2020.00523/full

PARTE 1

Questa serie di articoli saranno un approfondimento alla recensione di Seaspiracy che ho portato sul mio Canale YouTube e che include altri aspetti critici del “documentario”, firmato da Ali Tabrizi, che non ho potuto riportare per cercare di essere il più breve possibile (la voce mi stava abbandonando già a metà delle riprese). Comunque, vedremo di riprendere altre affermazioni dette nella inchiesta video, precedute dal minutaggio di riferimento, e ne commenterò l’affidabilità. Anche qua riprenderò le più ecclatanti, altrimenti ci viene fuori un libro. Procediamo.

(36:06) I cambiamenti climatici non sono i responsabili della riduzione nella vitalità della barriera corallina, bensì è la sovrapesca. Tabrizi riporta il titolo della rivista Popular Science, “The hidden fish keeping coral refs alive”, per spiegare come la sovrapesca stia portando alla morte la barriera corallina. Seguirà l’intervento del prof. Chris Langdon, biologo marino presso l’università di Miami, che spiegherà come gli escrementi dei pesci siano una fonte di sostentamento per i coralli. E dunque, con la sovrapesca, andiamo la perdita dei “fornitori” di nutrimenti per i coralli.

FATTI: Popular Science non è una rivista scientifica dove i ricercatori inviano i loro articoli. Si tratta però di una rivista di divulgazione scientifica avente una buona reputazione [1], quindi fin qui ok. Poi, però, a leggerlo si trova tutt’altro argomento.

L’articolo [2] parla di altro, un mistero poco noto al pubblico chiamato “Paradosso di Darwin”: in soldoni, nell’ambiente Tropicale in cui troviamo le barriere coralline non ci sono molti nutrienti. Eppure nei filmati le vediamo sempre così lussureggianti (per gli standard marini) e pieni di vita. Questa faccenda ha tolto il sonno a molti biologi marini ed ecologi, credetemi.

Il ricercatore (postdoc) Simon Fraser, intervistato in questo articolo, probabilmente ha una risposta (o trovato un nuovo tassello per la risposta): dei pesciolini molto piccoli, definiti “cryptobenthic fishes”, che si riproducono molto rapidamente, in gran numero e muoiono giovani. I cuccioli (avannotti) vengono predati dai pesci più grandi, che a loro volta vengono predati da altri fino a che non arriviamo al pesce che poi si pesca in quelle regioni.

Tuttavia, l’unico legame che si può leggere con i coralli, almeno in questo articolo del PopSci, è nel fatto che questi ultimi offrono riparo per gli avannotti in questione: se spariscono i coralli, o se ne riduce la massa fino al punto critico, si riduce anche la popolazione dei “cryptobenthic fishes” e dunque addio a tutto il resto della comunità perché manca di che mangiare. Infine, lo stesso Fraser sottolinea come ci siano ANCHE i cambiamenti climatici, con l’incremento delle temperature delle acque, dietro alla riduzione della vitalità dei coralli che formano la barriera, mettendo dunque a rischio chi vi abita.

In maiuscolo “anche” perché i fattori che stanno portando al collasso questi ambienti sono molteplici e prenderne uno come unico responsabile è una proposta che non porta da nessuna parte quando si deve cercare una soluzione, ma favorisce la narrativa dell’interessato (in questo caso Tabrizi). Dunque la sovrapesca non sta uccidendo la barriera corallina? “Ni”, diciamo che sta contribuendo alla cosa, ma non esclusivamente per via della riduzione del flusso dei nutrienti.

La questione dei nutrienti provenienti dai pesci è piuttosto complessa, ma è innegabile che l’evacuazione dei pesci partecipa al flusso dei nutrienti [3, 4] e dunque che la loro assenza porterebbe a diversi problemi per questo ambiente. Tuttavia, come detto, è complesso, dato che a seconda delle condizioni di partenza l’evacuazione dei pesci può favorire come può anche sfavorire i coralli perché gli stessi nutrienti provenienti dai pesci vengono assimilati anche dalle macroalghe [5].

Abbiamo comunque un problema con la sovrapesca e il bycatch (pesca accidentale), ma per capirlo dobbiamo vedere come interferisce con i coralli: come riassunto sull sito della NOAA [6], la pesca costiera contribuisce al sequestro degli individui giovani che non hanno avuto l’occasione di riprodursi per ripristinare la popolazione, gli strumenti di pesca possono danneggiare i coralli e la pesca indiscriminata ridurre le popolazioni degli erbivori. Quest’ultima merita un approfondimento.

Non tutti sanno che i coralli e le macroalge sessili (che si attaccano al fondale) competono tra di loro:  a differenza di pesci ed altri organismi che nuotano, gli organismi sessili non possono crescere sfruttando le tre dimensioni dello spazio (lunghezza, altezza e larghezza), ma devono per forza ricorrere ad un piano che ha solo due dimensioni (lunghezza e larghezza) e dunque attaccarsi ad una superficie.

Per tale motivo i coralli e le alghe sessili fanno a gara tra di loro per aggiudicarsi lo spazio vitale, ma c’è anche dell’altro: i coralli stringono una relazione simbiotica con delle microalghe, le Zooxantelle, le quali aiutano il corallo nella fissazione dell’azoto (e del carbonio) [7]. Se le macroalghe dovessero crescere troppo (e questo accade quando rimuoviamo gli organismi erbivori), oscurerebbero i coralli e dunque impedirebbero alle zooxantelle di poter lavorare [8]. Infine, in modo indiretto, le macroalghe possono fornire rifugio per organismi patogeni che intaccano la vitalità degli stessi coralli [8].

Pertanto, la sovrapesca e la cattura di specie erbivore, che a noi potrebbe anche non interessare commercialmente, sta portando alla profusione delle macroalghe perché abbiamo la riduzione del numero degli erbivori, oltre al danneggiamento involontario dei coralli con gli strumenti. Assieme a questo fatto, i cambiamenti climatici e l’inquinamento stanno ponendo a rischio i coralli perché da una parte le temperature non giovano al corallo stesso e/o al suo simbionte, dall’altra l’inquinamento può interferire perché le macroalghe si nutrono di diverse sostanze che noi rilasciamo, avvantaggiandole, e questo insieme di cose pone un grosso problema per la barriera corallina [9, 10].

Assieme a tutto questo possiamo avere anche degli effetti secondari della sovrapesca come l’aumento dei predatori dei coralli [11]: strano ma vero, anche i coralli vengono predati da organismi come la stella corona di spine che rompono la parte croccante di calcare per mangiarsi il morbido al suo interno.

Concludendo questa prima parte, è evidente che i fattori che stanno portando alla rovina questi habitat sono molteplici e non possiamo riprendere solo uno per porre rimedio alla situazione. Anche perché, se anche vietassimo del tutto la pesca in quelle regioni, l’incremento delle temperature, l’inquinamento e l’acidificazione degli oceani rimarrebbero comunque dei grossi ostacoli alla loro ripresa. E Tabrizi o non lo sa o preferisce concentrarsi solo sull’aspetto della sovrapesca per scopi non meglio precisati (idealismo vegano?).

Continua nella seconda parte.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Popular_Science

[2] https://www.popsci.com/invisible-fish-ocean/

[3] https://www.nature.com/articles/ncomms12461

[4] https://www.nationalgeographic.com/science/article/fish-urine-pee-coral-reefs-recycling-nutrients-ecology

[5] https://www.nature.com/articles/srep01493

[6] https://oceanservice.noaa.gov/facts/coral-overfishing.html

[7] https://link.springer.com/article/10.1134/S1063074020050107

[8] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4867736/

[9] https://www.nature.com/articles/ncomms11833

[10] https://link.springer.com/article/10.1007/BF02804903

[11] https://royalsocietypublishing.org/doi/abs/10.1098/rspb.2020.1341