PARTE 3

In questa terza parte continuiamo la discussione sul ruolo dei pesci sul clima e la geochimica (vedi seconda parte), arrivando alla parte che viene detta da Tabrizi al minuto 39:40.

(38:53) I pesci non solo hanno una profonta connessione inter-specie, ma parteciperebbero nel mantenimento della chimica degli oceani e dell’atmosfera terrestre. George Monbiot, giornalista del Guardian, dichiara che muovendosi lungo la colonna d’acqua avrebbe gli stessi effetti delle onde, del vento, delle mareggiate e delle correnti marine combinate.

(39:40) Il movimento lungo la colonna d’acqua contribuisce ad abbassare le temperature della superficie marina e dunque il decremento delle specie marine favorirebbe il riscaldamento di queste acque. A supporto di questa tesi, viene riportato il titolo di un articolo della UN environment: “Fish carbon” stabilizes our climate.

FATTI: tanto per cominciare, Tabrizi riporta solo una porzione del titolo, che completo sarebbe “Business unusual: How “fish carbon” stabilizes our climate” [1]. Nello stesso articolo possiamo trovare un video di 4 minuti circa dove viene descritto il fenomeno del biomixing esaltato da Monbiot prima e da Tabrizi poi.

Nella seconda parte abbiamo visto come gli animali marini partecipano nella fase di sequestro della CO2 nel suo ciclo biogeochimico, mentre ora andremmo a discutere dell’aspetto di risalita dal fondale di alcuni composti, di cui principalmente sono per lo più minerali. Sempre nel video, ed anche secondo Monbiot, il mescolamento attuato dalla biosfera marina permette il rimescolamento delle sostanze in mare, mentre Tabrizi sottolinea la loro importanza per raffreddare le acque superficiali.

Abbiamo già visto che il contributo della biosfera marina al rimescolamento delle acque non sia così significativo [2] e per quanto riguarda le temperature potrebbe benissimo valere lo stesso. Tuttavia, manca un tassello in questo schema e vedremo ora di spiegarlo il più semplicemente possibile.

Non so quanti si ricordano della canzoncina Disney “Questo Il Mondo Fa Girar” (La Spada Nella Roccia, 1963) dove una strofa recitava “Per ogni su c’è sempre un giù.” Ebbene, fino ad ora abbiamo parlato del “giù” (pompa biologica), ma dov’è il “su”? Dovremmo pur avere una qualche risalita dei composti che cadono dalla zona eufotica, oppure no? Certo che ce l’abbiamo ed è illustrato nell’immagine seguente:

Schematica del fenomeno dell'upwelling in zona costiera (Fonte NOAA)
Schematica del fenomeno dell'upwelling in zona costiera (Fonte NOAA)

Questo fenomeno è chiamato Upwelling e consiste nella risalita delle acque fredde di profondità verso la superficie. Tali acque sono molto più ricche di nutrienti rispetto alle acque calde superficiali e con la loro risalita abbiamo la felicità del fitoplancton che così riesce ad acquisire minerali preziosi per la sintesi delle proteine deputate alla fotosintesi e di altre strutture chiave per la sua operatività. Ed ovviamente per la felicità del resto della rete trofica.

L’immagine descrive soprattutto quello che accade nell’Upwelling nelle zone costiere, responsabili per l’alta produttività dell’area e punti di interesse per la pesca costiera [3]. Ed è il motivo per il quale in quelle aree tale attività è molto presente, come ad esempio nelle coste del Perù. Tuttavia, possiamo avere il fenomeno dell’Upwelling anche in pieno oceano e senza l’azione del fondale:

Schema dell'upwelling all'Equatore (Fonte Seos Project).
Schema dell'upwelling all'Equatore (Fonte Seos Project).

Questo è quello che avviene all’Equatore e per questo viene denominato Equatorial Upwelling. In pratica, per effetto della rotazione terrestre e dei venti, le acque tendono a spostarsi verso Nord o Sud dell’equatore e questo provoca la risalita delle acque al centro [4]. Possiamo poi avere la formazione di vortici oceanici che possono promuovere la risalita delle acque di profondità, oppure la loro discesa (downwelling) [5].

Sono queste le forze principali che promuovono la risalita di una parte dei nutrienti dalle profondità dei mari, contrariamente quanto sostenuto da Tabrizi agli inizi (per lui erano le evacuazioni di balene e delfini a nutrire il fitoplancton; in realtà il loro contributo è minimo, ma il fitoplancton non si lamenta). Ma solo di una parte, perché il resto, quello che giunge sul fondale, rimarrà lì per molto, fino a quando il fondale non sprofonderà nel magma sotto la crosta terrestre. Tali elementi, inclusi il carbonio, torneranno solo più avanti in superficie attraverso le eruzioni vulcaniche.

In conclusione, sì, eliminare la sovrapesca aiuterà la situazione, ma solo questo non la risolverà. I pesci partecipano al flusso dei composti chimici in mare, ma non rappresentano questa componente chiave in termini biogeochimici e in termini di rimescolamento dei composti, come nemmeno in termini termici. Piuttosto, la loro presenza in termini ecologici, con la loro biomassa e biodiversità, permette la stabilità della pompa biologica completa e il suo operato, nonché il mantenimento della buona salute delle componenti vegetali costiere. I cambiamenti climatici e l’inquinamento rappresentano, però, un elemento che dovremmo ugualmente mitigare per consentire la loro ripresa. E Monbiot e Tabrizi hanno esagerato parecchio.

Continua nella quarta e ultima parte.

[1] https://www.unep.org/news-and-stories/story/business-unusual-how-fish-carbon-stabilizes-our-climate

[2] https://www.annualreviews.org/doi/abs/10.1146/annurev-marine-010318-095047

[3] https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2018JC014187

[4] https://seos-project.eu/oceancurrents/oceancurrents-c04-s01-p01.html

[5] http://oceanmotion.org/html/background/wind-driven-surface.htm