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In data odierna, 23 novembre 2016, escono i nuovi capitoli della saga video ludica dei Pokémon, ovvero Sole e Luna. Una delle nuove variazioni apportate al brand, a parte le Mosse Z e la modalità Battle Royale, è la presenza di nuove forme di Pokémon già conosciuti. Attenzione, non si parla di Pokémon nuovi in senso stretto, ma varianti di alcuni esemplari della prima generazione: la forma di Alola.

Alola e la speciazione

I Pokémon della prima generazione instauratosi ad Alola hanno subito col tempo un progressivo cambiamento che ha portato queste creature non solo ad assumere un aspetto diverso, ma anche a variare la loro tipologia (es. Meowth da tipo Normale è diventato di tipo Buio nella forma di Alola).

Nel video ho indicato come causa determinante (a parte il marketing) un fenomeno opposto all’estinzione, ovvero sia la speciazione. Questo fenomeno è in sostanza l’insieme dei processi che portano alla formazione di nuove specie da una forma preesistente, in opposizione dunque al concetto di estinzione. Ho preferito sorvolare sui meccanismi con cui avviene la speciazione perché altrimenti sarebbe durato 8 ore o giù di lì.

In pratica, parliamo di evoluzione, un concetto che assume differenti significati in base al contesto, ma non per questo dissimili tra loro. Parlando però dell’evoluzione biologica delle creature, quella mostrata nel mondo dei Pokémon è fuorviante: in questo, difatti, è un processo quasi istantaneo di passaggio tra una forma “inferiore” ad una “superiore” (nel gioco, infatti, l’evoluzione porta ad incrementi delle statistiche elevati), mentre in un contesto reale l’evoluzione porta a cambiamenti delle specie per renderli più adattabili all’ambiente e alle sue caratteristiche ecologiche/geografiche, senza necessariamente avendo aumenti in termini di prestazione. Per quanto riguarda queste creature, dunque, è più verosimile parlare di passaggi di stadi di sviluppo da una forma giovane (base) fino alla fase adulta (evoluzione ultima).

Meccanismi

Tolto il sassolino dalla scarpa, ci apprestiamo a spendere qualche parolina in merito ai meccanismi che portano alla speciazione. Sarà una toccata e fuga, è giusto per dare una infarinatura senza troppe pretese, per un approfondimento vi consiglio di recarvi verso la biblioteca della vostra città e consultare testi appositi che parlano di Evoluzione e Biodiversità. Nel video ho riassunto il tutto esponendo quelli che sono i modelli più accreditati (o che lo erano quando ho dato l’esame di Biodiversità all’Università) di Specie Geografica e Specie Ecologica, rimanendo col dubbio su quale dei due potessimo attribuire alle forme di Alola. Dubbio che non verrà dipanato in questo articolo, poiché dubito che lo sapremmo mai con assoluta certezza dato che entrambe possono prevedere variazioni morfologiche più o meno marcate (visto anche il format del brand, direi che il mistero può anche persistere).

Possiamo però fare delle ipotesi, al limite della speculazione, sul meccanismo che ha portato a questa differenziazione. Esistono due modalità principali che sono la Divergenza adattativa e la Speciazione improvvisa: la seconda avviene perlopiù nel mondo dei vegetali, perciò eviteremo di approfondire e mi limiterò a dire che riguarda un cambiamento improvviso nel numero dei gameti dell’individuo (poliploidia) e ci concentreremo sulla prima, divisa in 4 categorie.

  1. Allopatrica: quando la popolazione originale si divide per formazione di una barriera geografica, separando le due popolazioni dal punto di vista riproduttivo. Abbiamo dunque due specie che interrompono i flussi riproduttivi tra di loro, formando una nuova specie o due nuove. Le specie geografiche rientrano in questa categoria.
  2. Parapatrica: quando dalla popolazione originale si separa una sottopopolazione che si distanzia geograficamente, ma non in maniera marcata. In pratica, il nuovo areale occupato coincide con i bordi del precedente. Le specie possono diventare incompatibili e non dare prole ibrida in funzione di barriere geografiche, barriere ecologiche o barriere post-copula (in pratica, l’ibrido non è fecondo, come avviene nel mulo e nel bardotto).
  3. Peripatrica: coincide con il fenomeno dell’effetto fondatore descritto nel video: una sottopopolazione si distanzia dalla popolazione di origine, insediandosi in un nuovo areale ai margini del precedente (es: colonizzando un’isola in prossimità della zona costiera dove viveva la specie di origine). Ovviamente, la sottopopolazione deve avere un numero molto ridotto di individui, altrimenti potrebbe avere la stessa frequenza allelica della popolazione di origine e portare alla formazione di una “semplice” espansione territoriale.
  4. Simpatrica: questo fenomeno consiste nella speciazione di una sottopopolazione all’interno dell’areale della popolazione di origine. Si verifica quando, nel corso del tempo, avvengono fenomeni di polimorfismo tali da separare riproduttivamente le stesse, pur condividendo lo stesso areale (però in una nicchia). La separazione può avvenire per la formazione di barriere post-copula o per incompatibilità genetica, ma anche per semplice cambio comportamentale (come il cambiamento del periodo di produzione: ad esempio, una in primavera, l’altra in estate).
Immagine incorporata da Wikipedia, voce Speciazione

Criticità

Da quanto abbiamo potuto osservare, in questo articolo, ma anche in base a quanto espresso nel video, si potrebbe senza alcun dubbio asserire che i Pokémon con forma di Alola possano aver avuto origine per effetto del Fondatore e dunque per Divergenza Peripatrica.

In realtà, le cose si complicano se consideriamo che:

  • In primis, quest’opera è di fantasia e come tale possiamo anche sbizzarrirci quanto vogliamo, tanto una risposta non l’avremmo mai se non dalle dichiarazioni ufficiali degli autori.
  • In secundis, se dobbiamo sottostare alle conoscenze più aggiornate che hanno gli scienziati di quel mondo, la situazione è ancora in mare aperto.

Infatti, benché ci siano numerosi ricercatori Pokémon, in pratica l’equivalente dei nostri naturalisti e biologi, la cosa non è ancora del tutto certa. Ci sono un sacco di teorie che singolarmente contemplano, ma su cui non possono ancora dichiarare l’autorevolezza, speculandoci a loro volta per mantenere l’alone di mistero sul brand che tanto ci intriga (chi propone un’origine spaziale al pari dei teorici delle civiltà aliene, chi parla addirittura di un creazionismo che racchiude un sacco di miti e religioni, sia pre che post Abramo). Inoltre è lecito chiedersi come mai solo ad Alola abbiamo un cambio morfologico così netto, mentre in altre regioni del mondo Pokémon o non ci sono proprio, o riprendono le stesse sembianze della prima generazione senza nemmeno la minima variazione in presenza comunque di variazioni ambientali (eccezion fatta per la rara forma Shiny, che però potrebbe avere la stessa frequenza di fenomeni come l’albinismo e riguarda il singolo individuo e non la popolazione nel suo insieme).

Concludendo, niente ci impedisce di divertirci ad attribuire i fenomeni della realtà a questo vasto e bizzarro mondo, ma se contate di trovare una risposta significativa, beh, temo che gli autori non la diranno prima di un certo tempo (se non mai).

anteprimaPetey

Torniamo con questo articolo a parlare di ragni (no, niente bufale come qualche tempo fa), più precisamente dell'amichevole Uomo Ragno di quartiere e del suo potere più discusso, ovvero il famoso "Senso di ragno", sensazione che percepisce come un pizzicore dietro la testa (un pò come nell'ASMR, però non gradito).

Per chi non avesse mai letto un suo fumetto, o visto uno dei suoi film, l'Uomo Ragno è dotato di diversi superpoteri, tra cui la forza proporzionale a quella di un ragno, la capacità di aderire alle pareti, l'istinto per poter ricreare le ragnatele e il suo famoso Senso di Ragno, una capacità che gli permette di percepire in anticipo l'arrivo di un potenziale pericolo. Più o meno come una sorta di sesto senso che gli ha permesso di salvarsi il collo in più occasioni. In genere, nel fumetto, è rappresentato come una sorta di aureola composta da linee leggermente saettate, a dare l'idea di pizzicore (ma dipende un pò anche da autore ad autore, ma in genere sono quelle), così come nel cartone del 1967 dove non veniva disegnato affatto e/o veniva effettivamente rappresentata come un misto tra un'aureola e una corona di spine. Sempre meglio della serie del 1994, dove il senso di ragno veniva rappresentato come un effetto collaterale di qualche sostanza psicotropa.

No, sul serio, cos'avevano di sbagliato i realizzatori del 1994 per rappresentarlo in questo modo?
No, sul serio, cos'avevano di sbagliato gli animatori del 1994 per rappresentarlo in questo modo? Fonte immagine.

Tornando a noi, gli appassionati di scienza (o anche gli addetti ai lavori) si divertono molto a provare a dare una spiegazione razionale riguardo a cose del genere, come possiamo leggere anche in questo articolo del blog Planet Science dove, alla voce sul senso di ragno, propone l'ipotesi di speciali peli che sarebbero in grado di captare i più lievi movimenti dell'aria. Sembra assurda come ipotesi, se non fosse che ha un fondamento.

Esistono delle particolari strutture, presenti anche in altri Artropodi oltre negli aracnidi, dette Tricobotrii, delle speciali setole (o "peli") deputati alla percezione di stimoli meccanici. Non tutte le specie sono dotate di queste strutture e chi le possiede è in grado di percepire i movimenti dell'aria, anche i più lievi. Ciò permette di poter contare su un senso in grado di avvertirlo di eventuali pericoli, come ci viene mostrato nel seguente video.

Come detto in precedenza, non sono solo i ragni a possedere tali strutture, ma anche altri artropodi, come questo esemplare appartenente alla famiglia dei Grillidi (no, non il partito). Come si può vedere, il ragno, spostandosi, provoca delle perturbazioni del flusso d'aria che vengono avvertite dai tricobotrii collocate all'estremità dell'addome dell'insetto. In tal modo, il grillide lo avverte con un certo preavviso, avendo l'occasione di poter scappare prima di finire nelle grinfie del predatore.

Criticità

Passiamo ora alle criticità della teoria: quanto è probabile? Mi spiego, l'idea stessa di riuscire a modificare in modo così pesante il genoma di un essere umano in modo da renderlo Spider Man è alquanto peregrina, sia attraverso il morso di un ragno radioattivo, sia attraverso il veleno di un ragno geneticamente modificato (sia come visto nel film che nella versione Ultimate). Ammesso di riuscirci, cosa accadrà? I geni deputati alla codifica dei tricobotrii si adegueranno alle strutture già preesistenti, oppure andranno a codificare per strutture a sé stanti in proporzione alla corporatura umana? E nel primo caso, quali strutture verranno modificate?

All'ultima domanda non è facile rispondere, poiché è da considerare che l'anatomia degli organi di senso degli artropodi (e aracnidi nel nostro caso) non può combaciare a livello fisiologico con gli organi di senso dei mammiferi: infatti, benché gli stimoli possano essere gli stessi (fisici e chimici), i ragni percepiscono tali elementi in modo differente. Prediamo ad esempio il suono: noi percepiamo il suono attraverso le orecchie, tuttavia per i ragni non esistono ancora riscontri totalmente positivi per quanto riguarda questo senso. Si potrebbe speculare sul fatto che, a dare loro il senso dell'udito, possano essere gli stessi tricobotrii, tuttavia non tutti i ragni ne sono in possesso e perciò dovremmo affermare che alcuni ragni siano sordi. Parlo dell'udito perché il canale Science Friction ha proposto la curiosa teoria secondo cui il senso di ragno possa essere dovuto ad un accrescimento del senso dell'udito, in analogia con quanto accade con DareDevil, il famoso supereroe cieco.

Un' alternativa può essere, invece, lo sviluppo dei specifici meccanocettori attorno al bulbo pilifero e dunque svilupparsi sulle strutture pilifere presistenti nel derma umano, tuttavia rimane il dubbio se questi possano ugualmente attivarsi anche in caso di vento, innescando dunque un falso allarme, oppure reagire a specifiche frequenze e pertanto reagire solo in caso di minaccia, ma nel caso si vada in luoghi affollati il rischio di innesco immotivato rimane.

Eppur si sente

Per una volta vorrei concludere riportandovi una curiosità che potrebbe indorare la pillola: se vi dicessi che esiste già qualcosa di simile nell'essere umano al senso di ragno di Petey, mi credereste? Joshua New, del dipartimento di Psicologia della Columbia University, avrebbe determinato nel suo studio, "Spiders at the cocktail party: an ancestral threat that surmounts inattentional blindness", che l'essere umano è già predisposto al riconoscimento quasi istantaneo di figure analoghe agli aracnidi anche quando queste si manifestano in brevissimi istanti (nello studio, tale figura è stata esposta per una frazione di 200 millisecondi ai volontari e una buona percentuale si è accorta dell'intruso). Ciò può essere legato ad un meccanismo ancestrale acquisito nel corso dell'evoluzione dell'uomo, quando questi abitava in regioni dove i ragni potevano rappresentare una seria minaccia per la propria incolumità. Insomma, tutto si baserebbe comunque sulle informazioni captate dal sistema visivo e non è comunque in grado di avvertirvi nel caso il pericolo si trovasse alle vostre spalle, ma è già qualcosa, no?

Se proprio non vi soddisfa, per i più esigenti, c'è chi ha realizzato una tuta che permetterebbe di avere gli stessi sensi di ragno di Petey, tuttavia non so quanto potrebbe costare.

Parecchio tempo fa, mi diedero da esaminare il seguente articolo di Notizie dal Web nella quale vengono elencati 10 motivi per cui non bisogna bere il latte, scritti in precedenza dalla dr.ssa Julieanna Hever. Oltre al decalogo, si fa accenno ad altre motivazioni che non vengono riportate dalla fonte originale. Alla fine dell'articolo verranno riportate delle considerazioni in merito ai due articoli.

Origini del Decalogo

Il decalogo proposto da NdW è un copia-incolla dal sito Leonardo.it, a sua volta preso e tradotto da questo articolo del blog VegSource, scritto da Julieanna Hever, pubblicato il 20 Novembre 2010 e il 16 Novembre 2010 sul suo sito. A cui, tra l'altro, cambia il contenuto del punto 1 per il sito VegSource, mettendolo al punto 9, poiché sul suo sito riporta un elenco di sostanze che sarebbero presenti nel latte, concludendo con l'analogia (inesistente) tra "globuli bianchi" e "pus" (cosa che omette su VegSource). Una analoga dichiarazione venne trattata già in questo articolo in merito al "pus" nel latte. Infine, sul suo sito, al punto 9 si limita a dare dei sostituti vegetali del latte. Le aggiunte sono le parti precedenti al decalogo, ove si parla del trattamento riservato ai bovini da latte e al triste destino dei loro vitelli. Ci dedicheremo uno spazio dopo il decalogo.

Prima di procedere, spendiamo alcune parole sulla dottoressa Julieanna Hever: laureata in Scienze della Nutrizione all'università di Northridge, California, autrice del libro "The Complete Idiot’s Guide to Gluten-Free Vegan Cooking", ha inoltre collaborato con il dr. T. Colin Campbell (in uno dei punti verrà citato lui e il suo libro) per il programma nutrizionale a base di piante dell'eCornell, convinta sostenitrice della dieta Vegana (e dunque priva di alimenti di origine animale). Conduttrice anche di un proprio talk show dove spiega le basi della corretta alimentazione (vegana) e dell'importanza dell'esercizio fisico, intitolato "What would Julieanna do?", ha inoltre co-prodotto il documentario "To Your Healt". Insomma, una che dovrebbe sapere il fatto suo in merito alla nutrizione. Peccato che non abbia mai pubblicato alcun articolo scientifico, ma si sia limitata solo ed esclusivamente alle guide sulla dieta vegana e alla pubblicazione di qualche considerazione sui benefici della dieta vegana esclusivamente attraverso il sito VegSources, il sito suo personale The Plant-Based Dietitian e il sito VegNews. Dunque, a parte una preparazione universitaria, a suo carico non abbiamo nient'altro.

DECALOGO: I 10 MOTIVI PER SMETTERE DI BERE IL LATTE

Quello che seguiranno saranno i punti su cui la dr.ssa Hever basa la sua idea del perché non dovremmo bere il latte animale (in genere quello di mucca, ma esistono prodotti caseari di origine anche caprina). Per ciascuno faremo un riassunto di quanto riporta ed esporremo le eventuali precisazioni basate sulle ricerche pubblicate dai diversi siti di divulgazione scientifica in merito a certi argomenti. Ci baseremo sul decalogo trovato sul sito News dalla Rete.

1) I prodotti caseari distruggono le ossa

Nell’articolo viene menzionata una ipotesi che sta prendendo sempre più piede, anche per mezzo di evidenze sperimentali, ovvero quella per cui l’assunzione di latte indebolirebbe le ossa e sarebbe inadeguato per la prevenzione dell’osteoporosi, se non addirittura venir imputato come causa principale.

Su questo aspetto, come ho detto, vi sono delle evidenze sperimentali, tra cui la pubblicazione del British Medical Journal (2014) che riporta uno studio eseguito con il metodo delle coorti, per non parlare dell’articolo dell’Havard School of Public Healt.

E’ tuttavia bene precisare che in entrambi gli articoli si parla di alto consumo di latte. Senza contare uno studio in cui viene riportato come risultato l’assenza di evidenze sperimentali (studio pubblicato nel 2011) per cui il latte porterebbe ad acidificazione del sangue, la causa per cui, secondo le dichiarazioni della dr.ssa Hever, porterebbe alla demineralizzazione delle ossa e alla conseguente osteoporosi.

Occorre fare una doverosa precisazione su che cosa sia l’acidosi metabolica: è una condizione patologica nella quale il sangue, che di norma possiede un pH tra i 7.35 e 7.45, assume livelli di pH inferiori. Le cause che portano alla variazione, anche minima, del pH sono molteplici e il corpo umano ha differenti sistemi con la quale riesce a riportare nel minor tempo possibile al riequilibrio del pH, come la respirazione (eliminando la CO2 si abbassano i livelli di ioni carbonato, poiché questo gas riesce a solubilizzarsi in acqua per mezzo della seguente reazione: CO2 + H2O <--> 2H+ + CO3-) e per vie urinarie (eliminando i composti che causano l’acidificazione). Esiste inoltre il sistema tampone naturalmente presente nei fluidi sanguigni che, sebbene siano i più deboli, rimangono i più veloci. Ma quando subentra l’acidosi metabolica questi sistemi non sono più idonei ed è necessario recarsi all’ospedale per tempo (può risultare mortali a livelli di pH 6.8) e i sintomi di questa condizione sono la nausea, vomito, tachipnea (aumento della frequenza respiratoria), ipotensione (la pressione arteriosa scende a valori inferiori ai 100 mmHg, ovvero millimetri di Mercurio) e shock cariogeno. In questa condizione, se il soggetto sopravvive, abbiamo effettivamente una perdita di Calcio dalle ossa ed è bene dunque osservare una terapia affinché possa aiutare il riequilibrio del pH del sangue. Per quanto riguarda, invece, le fluttuazioni di pH per motivi alimentari, i sistemi descritti prima sono più che sufficienti per evitare di incorrere in questa patologia (a patto, ovviamente, di non esagerare).

Sulla natura acidificante del Sodio è bene precisare che non si trovano studi che dimostrano questa azione da parte di questo metallo alcalino. E' tuttavia, se in eccesso, probabile responsabile di Ipertensione, poiché richiama acqua grazie alla sua carica; il Sodio, assieme ad altri elettroliti come Cloro e Potassio, regolano le funzioni osmotiche delle cellule e dell'organismo, occorre tuttavia tenere questi elementi in equilibrio affinché queste funzioni non vengano a meno: uno scarso apporto di Potassio, in concomitanza con un'alta assunzione di Sodio, porterebbe ad Ipertensione. Sono in corso degli studi che, però, assocerebbero l'ipertensione, causata da eccesso di sale (2009) nella dieta, con l'osteoporosi: ciò deriverebbe dal fatto che l'eccesso di Sodio ostacola il riassorbimento, a livello di Reni, del Calcio, portando dunque alla condizione di ipocalcemia (riduzione del Calcio a livello ematico) nel lungo periodo; in questa condizione, dalle ghiandole paratiroidi viene rilasciato un ormone, il Paratormone, che, a livello di ossa, coordina il rilascio del Calcio nel sangue, mentre, a livello di Intestino e Reni, coordina l'incremento di assorbimento e riassorbimento. Come vedremo nel secondo punto, noteremo una discrepanza in merito al suggerimento di utilizzare latte di origine vegetale al posto di quello bovino su questa faccenda.

Riguardo invece alle proteine, sono ancora in corso d’opera studi per capire esattamente come agirebbero nel corso della decalcificazione ossea e nell’osteoporosi (la faccenda rimane ancora controversa). Studi come questo (eseguito anch’esso con il metodo delle coorti, nel 2015), però, sottolineano come l’origine animale delle proteine non avrebbe un ruolo realmente determinante. E, addirittura, degli studi come questo del 2013, dove viene messa in correlazione la bassa assunzione di latte e l'incidenza di osteoporosi e ipertensione. Si può inoltre speculare sulla presenza di aminoacidi solforati che possono rilasciare solfato dal loro metabolismo e reagire con l'acqua per dare Acido Solforico che acidificherebbe il sangue e priverebbe le ossa del calcio, ma nel 2009 uno studio del JBMR (Journal of Bone and Mineral Research) avrebbe mostrato (sempre tramite la meta-analisi) che non esiste una reale connessione tra la Calciuria e l'Escrezione Acida Netta aumentate. E News dal Web non ha pensato di cercarli ed eventualmente riportarli.

Quando si tratta di proteine, infatti, l'organismo non fa distinzioni: tutte le proteine sono costituite da aminoacidi legati per mezzo di un legame, detto peptidico, e gli enzimi coinvolti nella loro digestione, delle proteasi, si occupano della rottura di questo legame nel mezzo acido dello stomaco. Ma è bene ricordare che l'eccesso di tutto può sempre portare a problemi (anche la stessa acqua può portare a casi come l'iponatriemia, soprattutto se demineralizzata).

2) Ci sono eccellenti fonti vegetali di calcio che non provocano acidosi metabolica

Che tra i vegetali vi siano delle fonti di calcio non è cosa nuova. Occorre però sottolineare un paio di punti, di cui uno in forte contraddizione con quanto affermato nel punto 1) dell'articolo: la dr.ssa Hever, in questo, evidenzia come i latti vegetali siano più ricchi di Calcio, ma nel punto primo ha accennato al potere acidificante del Sodio. E ciò è alquanto strano, considerando che il latte di soia contiene più sodio (non di molto) rispetto al latte UHT intero, praticamente la stessa quantità a parità di peso (è tuttavia da precisare che per i liquidi il peso può non essere lo stesso a parità di volume). E se davvero il sodio acidificasse il sangue, quantomeno la dr.ssa Hever avrebbe dovuto sconsigliare l'uso di questo latte. Invece lo consiglia a colazione.

Osservando poi le dichiarazioni, vediamo in questa tabella i valori nutrizionali alla voce "Calcio" e osserviamo le effettive differenze (mancano i semi di sesamo, di cui riportiamo qua i suoi valori nutrizionali): sul questo confronto (sempre tenendo in considerazione che si tratta di valori in rapporto su 100 grammi di alimento) i semi di sesamo sarebbero i favoriti, mentre i vari latti vegetali, ad esclusione di quello di Soia, contengono meno Calcio rispetto ai vari latti animali presi in esame.

Occorre però sottolineare che negli organismi vegetali la presenza di fibre riduce l'assunzione di Calcio e che sono presenti delle sostante, come l'acido fitico e le fitochelatine, che ostacolano il loro assorbimento. Ovviamente non legano esclusivamente il Calcio, ma queste possono andare a legare anche altri minerali che sono necessari al nostro organismo, come il Ferro, ed è perciò bene tenere una dieta molto variegata ed equilibrata. Anche perché gli elementi vegetali, chi più e chi meno, contengono anche un'altra sostanza, l'acido ossalico, che lega con il Calcio nell'Ossalato di Calcio, rendendolo non più biodisponibile e, anzi, il suo accumulo può portare a problematiche come i calcoli renali. Ed è stano che la dr.ssa Hever ometta questi elementi, almeno per mettere in guardia chi soffre già di questi disturbi.

3) Il fattore in assoluto più importante per la salute delle ossa è il movimento.

Su questo punto possiamo trovarci d'accordo. L'attività fisica, anche se moderata, può aumentare la resistenza ossea. E' bene sottolineare che, in base al tipo di esercizio, le ossa che traggono più giovamento sono le ossa "sotto carico", ovvero le ossa che in quel determinato momento sono sotto sforzo. Durante una passeggiata o il jogging le ossa sotto carico sono prevalentemente quelle dei piedi e delle gambe, mentre nel nuoto il carico viene distribuito anche alle braccia. Esistono inoltre esercizi specifici per chi ha già l'osteoporosi, ma è bene chiedere maggiori informazioni dal vostro medico di fiducia o dal fisiatra.

4) La caseina – la principale proteina del latte – provoca dipendenza psicologica.

Tale affermazione deriverebbe dalla teoria che, per degrado della Caseina, il composto derivato, chiamato Caseomorfina (il sospettato principale sarebbe la Beta-Caseomorfina 7, o BCM7), avrebbe effetti oppioidi sull'organismo.

Tutti i chiarimenti del caso li ritroviamo sul comunicato della EFSA (European Food Safety Authority) che dichiara (nel 2009) che non esisteva una reale correlazione tra le BCMs e i problemi dovuti alla sua introduzione alimentare. Nello stesso comunicato vi è allegato il pdf liberamente accessibile con la relazione: a metà della pagina 3 presenta la sua conclusione in merito, invece, alla ipotesi di dipendenza derivato da tale composto:

Animal data clearly indicate that BCMs, including BCM7, can act as opioid receptor agonists, probably acting via μ-type opioid receptors. However, in most if not all animal studies to date, in vivo opioid effects for BCM7 and related milk-derived peptides have only been observed following intra-peritoneal (i.p.) or intra-cerebro-ventricular (i.c.v.) administration. In comparison to medicinal and endogenous opioids, bovine BCM7 does not seem to be a very potent opioid ligand.

Continua fino a pagina 4. Per fare chiarezza, un'agonista, in biochimica, è un composto che compete con un altro nell'azione di legare alla proteina recettore. In soldoni, immaginate due corridori che competono per lo stesso traguardo. Chiunque arrivasse per primo stimolerebbe in ogni caso la stessa catena di reazioni, ma potrebbe differire nell'intensità del messaggio (pur non privando l'avvio delle reazioni che da esso ne consegue, altrimenti parleremo di un "antagonista"). Nella stessa relazione, viene specificato che degli effetti in vivo (e non in vitro, dunque su esemplari reali e non in una coltura cellulare) gli effetti oppioidi si hanno attraverso iniezione, escludendo dunque tutte le vie digestive che dall'intestino arrivano alle parti interessate (alcune regioni del cervello), un lungo tragitto nella quale il peptide nel frattempo andrebbe a ridursi di concentrazione.

Questa relazione si basa su studi condotti fino al 2009, mentre la dr.ssa Hever pubblica il suo decalogo l'anno dopo, in assenza di prove a sostegno di questa tesi.

5) La caseina è un potente cancerogeno.

Questa affermazione si basa sul lavoro svolto dal collega Campbell nel suo libro, il più discusso negli ultimi anni, "The China Study" (Progetto Cina in italiano) nella quale proverebbe la natura cancerogena di questo composto tipico del latte. Prima un pò di semantica: per cancerogeno viene inteso qualunque agente (chimico, fisico o biologico) in grado di provocare un tumore o promuoverne l'insorgenza e la proliferazione. In pratica, come può essere la causa, può esserne semplicemente il promotore (in breve: può scatenare le reazioni tumorali in una cellula che non è propensa, oppure è in grado di favorire l'insorgenza in cellule che sono predisposte). Campbell riportò uno studio dove due gruppi di topi, a cui aveva provocato volontariamente dei tumori, vennero divisi per regime alimentare: ad uno venne dato una dieta con il 20% in peso di caseina, al secondo una dieta con il 5% di caseina. Le osservazioni mostrarono che i topi con la dieta avente il 20% di caseina avevano tumori più grandi rispetto a quelli con il 5% di caseina. Campbell ripeté lo stesso procedimento dando però proteine originate dalla Soia, senza riscontrare alcuna differenza significativa. Da questo dedusse di aver scoperto il più potente agente cancerogeno mai scoperto.

Queste osservazioni sono datate anno 1982 e vengono volutamente ignorate le sperimentazioni che sono seguite (di cui una del 1989, nella quale partecipò anche lui) dove una proteina del grano avrebbe gli stessi effetti della caseina (sempre secondo lui), purché sia presente la Lisina come supplemento (limitante per la proteina, ovvero che senza l'organismo non sintetizza la proteina che la contiene; è essenziale al nostro organismo e poiché non siamo in grado di produrla la dobbiamo integrare nella dieta e Campbell sostiene che tutte le sostanze, e dunque anche la Lisina, le possiamo trovare negli alimenti di origine vegetale). Campbell continuò a portare avanti le sue idee, pensando bene di ignorare anche studi molto più recenti (anno 2007) dove viene dimostrato il ruolo delle proteine del latte come agenti anti tumorali (o che quantomeno prevengono l'insorgenza o la formazione di tumori), tra cui le "Proteine Whey" (le proteine del siero del latte, studio condotto nel 1991) che, per giunta, in uno studio pubblicato il 14 Settembre del 2015 avrebbero dimostrato proprietà anti-osteoporosi in esemplari femmina di topi (a cui, però, sottolineiamo la variante dell'ovariectomia), in totale opposizione alla teoria riportata al punto 1) dalla dr.ssa Hever e News dal Web (anche se non avevano modo di predire il futuro, in quanto il loro articolo è stato pubblicato molto prima). Il che porta questo studio, più che al livello di "mega-bufala", come la definì il Wired, al livello più consono di "opera speculativa" in favore delle "ideologie sulla superiorità della dieta vegana". La stessa AIRC se ne discosta apertamente. Per maggiori approfondimenti vi reindirizziamo all'articolo del sito "Italia Unita Per La Scienza".

6) I prodotti caseari producono alti livelli di grassi saturi e colesterolo, note cause l’aterosclerosi.

Quando si parla di acidi grassi e colesterolo si pensa subito a disturbi cardiovascolari. E non è una cosa nuova per le persone che abitano nei paesi industrializzati: difatti, questa "lotta senza quartiere" contro i grassi e il colesterolo dura da circa quarant'anni (anche di più), tra pubblicità di prodotti poveri di grassi e colesterolo, se non privi di entrambe o prevalentemente del secondo ("No al colesterolo, si a..."). Ma qualcuno sa cosa sono realmente? Faremo un excursus prima di procedere.

Gli acidi grassi (in generale) sono catene molecolari costituite prevalentemente da Carbonio (che, "in fila", costituiscono lo scheletro della molecola): ad una estremità troviamo un Carbonio che lega a 3 atomi di Idrogeno, mentre dall'altra un Carbonio che lega un atomo di Ossigeno e una molecola idrossile (-OH). Il precursore di questa molecola è l'Acetil-CoA (un acetile legato al Coenzima A) e questo funge da mattonella per la sintesi degli acidi grassi. Quando la cellula non ha bisogno di produrre energia in grande richiesta (dopo i pasti e senza fare esercizio o anche solo un moto moderato come potrebbe essere una passeggiata), solitamente le molecole di Glucosio vanno a formare il Glicogeno, macromolecola di riserva, ma può capitare che alcune di queste molecole, convertite nel frattempo in Piruvato nella Glicolisi, entrino comunque nel Mitocondrio e vengano convertite in Acetil-CoA; questo verrà trasportato fuori dal Mitocondrio e verrà assemblato nelle catene di acidi grassi.

Qua schematizzata, ed in estrema sintesi, quello che avviene all'interno della cellula durante la respirazione, con fine ultimo l'ottenimento della molecola energetica ATP (Adenosin Tri-Fosfato). Nel processo, dal Glucosio si ottiene una molecola, il Piruvato, che entrerà nel Mitocondrio e verrà convertito ad Acetil-CoA e poi parteciperà alle reazioni di ossido-riduzione per ottenere ATP. Quando, però, abbiamo sufficiente ATP, la cellula blocca la respirazione a monte, immagazzinando il Glucosio avanzato in Glicogeno, mentre il Piruvato rimasto verrà convertito in Acetil-CoA e questo andrà a formare gli acidi grassi. Nel fegato, invece, in presenza di alti livelli di Glucosio, non blocca completamente la Glicolisi e la fa procedere per la sintesi di Acidi Grassi.
Qua schematizzata, ed in estrema sintesi, quello che avviene all'interno della cellula durante la respirazione, con fine ultimo l'ottenimento della molecola energetica ATP (Adenosin Tri-Fosfato). Nel processo, dal Glucosio si ottiene una molecola, il Piruvato, che entrerà nel Mitocondrio e verrà convertito ad Acetil-CoA e poi parteciperà alle reazioni di ossido-riduzione per ottenere ATP. Quando, però, abbiamo sufficiente ATP, la cellula blocca la respirazione a monte, immagazzinando il Glucosio avanzato in Glicogeno, mentre il Piruvato rimasto verrà convertito in Acetil-CoA e questo andrà a formare gli acidi grassi. Nel fegato, invece, in presenza di alti livelli di Glucosio, non blocca completamente la Glicolisi e la fa procedere per la sintesi di Acidi Grassi.

Si distinguono in Saturi, dove tutti gli atomi di Carbonio all'interno della catena sono legati con altri due atomi adiacenti tramite legame singolo (C-C), in Monoinsaturi, dove abbiamo un legame doppio tra due atomi di Carbonio (C=C) e Polinsaturi dove abbiamo più di un doppio legame presente nella catena (-C=C-C-C=C-...). Nell'immagine, 3 acidi grassi con 18C e, per gli insaturi, in configurazione Cis (dove si hanno piegamenti della catena dovuto alle forze di repulsione degli atomi di Idrogeno, H, che sono disposti nella stessa parte della catena) e questi ultimi sono quelli considerati "utili" o "salubri", al contrario degli acidi grassi in configurazione Trans (in pratica, gli atomi di H dei due Carboni impegnati nel doppio legame tra di loro sono disposti uno al lato opposto dell'altro rispetto alla catena), dove il ripiegamento non c'è.

Qua in immagine tre acidi grassi aventi 18 atomi di carbonio: l'acido grasso saturo Acido Stearico, 18:0, l'acido grasso insaturo Acido Oleico, 18:1, e l'acido grasso polinsaturo Acido Linoleico, 18:2. Esistono altri aventi lo stesso numero di carboni e doppi legami, ma per semplificarci la vita ce li risparmieremo. Tra l'altro, questi sono con conformazione Cis, poiché gli atomi di Idrogeno legati agli atomi di Carbonio impegnati in un doppio legame sono rivolti verso la stessa direzione. Se fossero disposti uno da una parte e uno dall'altra, in configurazione Trans, avremmo altrimenti, rispettivamente, l'Acido Elaidinico e l'Acido Rumenico (cis-9, trans-11).
Qua in immagine tre acidi grassi aventi 18 atomi di carbonio: l'acido grasso saturo Acido Stearico, 18:0, l'acido grasso insaturo Acido Oleico, 18:1, e l'acido grasso polinsaturo Acido Linoleico, 18:2. Esistono altri aventi lo stesso numero di carboni e doppi legami, ma per semplificarci la vita ce li risparmieremo. Tra l'altro, questi sono con conformazione Cis, poiché gli atomi di Idrogeno legati agli atomi di Carbonio impegnati in un doppio legame sono rivolti verso la stessa direzione. Se fossero disposti uno da una parte e uno dall'altra, in configurazione Trans, avremmo altrimenti, rispettivamente, l'Acido Elaidinico e l'Acido Rumenico (cis-9, trans-11).

Il Colesterolo, invece, è un composto della famiglia degli Steroli, costituito da 4 anelli condensati. Tale composto lo possiamo sintetizzare in tutte le cellule, ma il ruolo è affidato preferenzialmente alle cellule epatiche (del Fegato). Vi risparmio la sintesi, la potete leggere qua in caso. Il ruolo nell'organismo è quello di essere precursore di alcuni composto utili (alcuni ormoni steroidei come il Testosterone), ma partecipa anche a livello di membrana cellulare e le mantiene fluide, cosa importante per qualsiasi cellula. In genere, il Colesterolo esogeno (proveniente dalla dieta) viene subito usato dal fegato per la sintesi di composti come gli Acidi Biliari importanti poiché, escreti nella Bile nel Duodeno, hanno il compito di rendere solubili acidi grassi e vitamine liposolubili che poi passeranno nell'intestino Tenue, dove verranno assorbiti.

I grassi che provengono dalla dieta vengono captate da particolari strutture natanti nel sangue, i Chilomicroni, a livello di intestino tenue e posti al loro interno sotto forma di Trigliceridi. Questi Chilomicroni fanno parte di una famiglia di strutture chiamate Lipoproteine, costituite da componenti dal comportamento detto "anfipatico" (sembra quasi dire "antipatico", ma significa che ad una estremità delle molecole non abbiamo alcuna carica e pertanto ha comportamento idrofobico, mentre dall'altra abbiamo atomi carichi e presenta un comportamento idrofilo; per forza di cose, l'ultima parte è rivolta verso l'esterno, nell'ambiente plasmatico, e la prima verso l'interno, in ambiente idrofobico, poiché costituito da colesterolo e acidi grassi). Sono abbondanti soprattutto dopo i pasti e hanno come ruolo il trasferimento dei Trigliceridi assunti con la dieta dalla zona di captazione, l'intestino Tenue, alle cellule che lo richiedono. Via via diminuisce la concentrazione di Trigliceridi, mentre quella di Colesterolo (esogeno) rimane quasi invariata e ciò che rimane del Chilomicrone viene captato dal Fegato, dove utilizzerà questo Colesterolo per la sintesi degli Acidi Biliari, mentre, per gli altri tessuti richiedenti, solitamente ne sintetizza di nuovo (Colesterolo endogeno) che poi invia attraverso altre Lipoproteine di cui parleremo in seguito. Tuttavia, se l'assunzione di Colesterolo esogeno supera le quantità richieste (alcuni testi parlano di richiesta giornaliera di 300 mg, milligrammi, mentre in altri varia da 300 a 600 mg), il Fegato non ne sintetizza altro: esistono infatti dei meccanismi di controllo che fanno si che le cellule epatiche non producano più Colesterolo del necessario (pagina 7 lo schema), poiché il Colesterolo attiva, a determinate concentrazioni intracellulari, un meccanismo di inibizione di un enzima che sintetizza Mevalonato, il precursore del Colesterolo. In genere, quello in eccesso, viene esterificato e conservato.

Ovviamente, data la natura idrofobica di questi due composti, il Fegato ricorre a 3 strutture particolari per far si che possa viaggiare nel sangue. Principalmente ricorre ad altre 3 Lipoproteine, chiamate VLDL (Very Low Density Lipoprotein), LDL (Low Density Lipoprotein) e HDL (High Density Lipoprotein). Si differenziano inoltre per la presenza di diverse particolari proteine a livello della membrana che avvolge i Trigliceridi e il Colesterolo, le Apoproteine, ma su questo elemento ci sorvoleremo:

  • VLDL: sono le più grandi, ma di dimensioni inferiori ai Chilomicroni; vengono secrete dal fegato per il trasporto di Trigliceridi (in prevalenza) e Colesterolo (in quantità minoritaria).
  • LDL: derivano dal metabolismo delle VLDL, sono più piccole (nel frattempo, le VLDL hanno rilasciato prevalentemente Trigliceridi) e trasportano preferenzialmente Colesterolo; quando una cellula ha bisogno di Colesterolo, espone un recettore a livello di membrana esterna e, una volta captate, vengono inglobate tramite fagocitosi nella cellula.
  • HDL: sono le più piccole, trasportano prevalentemente Colesterolo; hanno il compito di raccoglierlo dove è più abbondante e poi trasferirlo o ad altre Lipoproteine, oppure lo porta direttamente al Fegato dove verrà immagazzinato, convertito ad Acidi Biliari, oppure alle cellule Steroidogeniche (come le Cellule di Leydig) per l'attività di sintesi di ormoni steroidei derivato dal Colesterolo.

Ora che abbiamo una base di biochimica, possiamo entrare nel dettaglio: negli ultimi anni la causa principale dei disturbi cardiovascolari sono imputati al Colesterolo LDL, definito "Colesterolo cattivo". Difatti, un aumento di quest'ultimo (il rapporto tra LDL e HDL non deve essere superiore a 3) può portare a Ipercolesterolemia, una delle cause che può portare alla Aterosclerosi. Se il contenuto intracellulare di Colesterolo nelle cellule epatiche è sufficiente, oltre ad inibire la sintesi, inibirebbe pure il riassorbimento delle LDL, che continuerebbero a circolare. Ma la faccenda è anche più complessa di così.

Insomma, si potrebbe dare ragione, se non fosse che il British Medical Journal pubblicò un articolo, nel 2013, dove dichiarano che i Grassi Saturi non sarebbero il problema principale (articolo parafrasato in questo). Delle LDL esistono due sottoclassi, il Tipo A e il Tipo B, che si differenziano per dimensioni e per contenuto in Colesterolo, e non solo. Il BMJ sottolinea come sia il Tipo B il principale responsabile, soprattutto perché derivante da una dieta povera di grassi saturi, ma ricca di carboidrati. In un articolo uscito sul Times del 2014 (qua il formato on-line) racconta inoltre la storia di come l'industria alimentare è passata alla produzione di alimenti poveri o privi di grassi saturi e colesterolo, sostituendoli con Carboidrati (amido e zuccheri raffinati), e il fallimento di tale operazione, in quanto gli abitanti degli Stati Uniti, dal 1977 al 2012, pur riducendo il consumo di alimenti (uova ridotte del 9%, carni del 32% e latte del 72%) e sostituendo altri con i formati Light abbiano invece incrementato il numero delle malattie (tra cui una maggiore insorgenza del diabete Tipo 2).

Tornando al 2013, il dr. Malhotra venne intervistato dalla BBC per spiegare il perché gli Acidi Grassi Saturi non sono poi così pericolosi come si pensava, sottolineando come tra gli LDL i più rischiosi siano quelli di Tipo B, derivati da una sovrabbondanza di Carboidrati nella dieta (presumibilmente perché, come visto nello schema a pagina 7, l'Insulina, rilasciata in presenza di glucosio o zuccheri complessi, stimola l'attività enzimatica che porta al precursore del Colesterolo, il Mevalonato). Ma è ancora troppo presto per dare una risposta definitiva. Non a caso, la "Controversia degli Acidi Grassi Saturi e le malattie cardiovascolari" è tutt'oggi piuttosto accesa e bisogna procedere con cautela, poiché vengono messe in evidenza diverse variabili (sesso, età, dieta, stile di vita, fumo, alcol...). E' tuttavia da ricordare che l'Aterosclerosi può essere provocato anche da Ipertensione (e si ritorna al punto 1).

Proviamo un attimo a confrontare i vari prodotti caseari, tanto per farci un'idea di quanti acidi grassi e colesterolo contengono (tabella con i vari latti e derivati tra i più consumati): ricordando che tutti i valori sono indicativi per 100 grammi di prodotto e che queste osservazioni sono puramente a scopo informativo, possiamo constatare che il burro è in cima a tutti, mentre il latte scremato è il fanalino di coda. Occorre però ricordare che negli alimenti, per certo, non si usano 100 grammi di burro: per un piatto di pasta (peso medio per porzione: 100 g), si usano spesso tra gli 8 e i 10 grammi, il che porta ad una riduzione consistente del quantitativo di grassi e colesterolo (quest'ultimo nell'ordine dei milligrammi) assunti nel pasto; così come anche a colazione, se ne usa spesso e volentieri 5 grammi o meno da spalmare sulle fette biscottate con la marmellata. Con una rapida proporzione, per assumere 300 mg circa di colesterolo occorrerebbe consumare almeno 140 grammi di burro (se in 100 g abbiamo 0.215 g di colesterolo, in X g di burro abbiamo 0.3 g di colesterolo: 100:0.215=X:0.3  --> 100*0.3/0.215 = circa 140 g). Ciò non vuol dire, però, che possiamo consumarne 50 o poco più per poi assumere esageratamente altri alimenti contenenti Colesterolo. Ricordiamo, infatti, che gli acidi grassi trans possono incrementare la Colesterolemia (e il burro ha un lieve contenuto di acidi trans, intorno ai 3.278 g in 100 g) e pertanto, in ogni caso, dobbiamo assumerlo con moderazione e cognizione di causa (soprattutto se abbiamo una vita sedentaria). Consultate in ogni caso il vostro medico di fiducia o un dietologo.

7) Anche la vitamina D ha un importante ruolo nella salute delle ossa.

Nel decalogo, a questo punto troviamo l'importanza della Vitamina D e del ruolo fondamentale per la fisiologia, dando come consiglio l'esposizione ai raggi solari senza filtri, almeno per un'ora, o, se la carenza persiste, di ricorrere ad integratori.

Per quanto assurdo possa sembrare, una buona fetta della Vitamina D circolante nel nostro organismo deriva proprio dall'irraggiamento solare! Occorre però fare una precisazione in merito (sarò breve, promesso): quando si parla di Vitamina D, in realtà, si fa riferimento ad una famiglia di composti, denominati Vitamina D1, D2, D3, D4, D5. Tra queste, le più importanti sono la D2 e la D3, rispettivamente l'Ergocalciferolo e il Colecalciferolo, la prima presente nelle piante, mentre la seconda negli animali (uomo incluso). Concentrandoci sul Colecalciferolo, esso ha come precursore il 7-deidrocolesterolo, ad opera dell'enzima 7-deidrocolesterolo reduttasi, che riduce il Colesterolo; questo composto, per effetto dei raggi UVB (tra i 315 e i 280 nm, nanometri), diventa la Vitamina D3 (tutto questo a livello di pelle). Tuttavia, il vero effetto lo produce un suo ulteriore derivato, ovvero il Calcitriolo: quest'ultimo ha gli effetti desiderati (aumento dell'assorbimento di Calcio nell'intestino, riassorbimento di Calcio dai Reni e inibisce il rilascio dell'ormone Calcitonina, ormone contrapposto al Paratormone e che inibisce l'assorbimento di Calcio a livello intestinale, il riassorbimento di Calcio a livello di Reni, ma incrementa il deposito di Calcio nelle ossa, perché questo ormone impedisce l'insorgenza di Ipercalcemia).

Per la misura della Vitamina D che deve essere presente, in farmacologia viene usato l'UI (Unità Internazionale) e corrisponde, per la Vitamina D, a 0,025 μg (microgrammi), equivalente a 25 ng (nanogrammi). La quantità necessaria di Vitamina D varia dal sesso e dall'età (in una persona sana le concentrazioni sieriche, e dunque nel sangue, si aggirano tra i 25ng/ml e i 40ng/ml), nonché dallo stato fisico (es: le donne in gravidanza hanno bisogno di più Vitamina D del normale, poiché la Vitamina D aiuta nello sviluppo delle ossa del feto: la madre rilascia il Calcio a livello ematico che poi raggiungerà il futuro nascituro) e, strano a dirsi, dalle latitudini in cui ci si trova. Questo perché, benché tutti gli esseri umani siano in grado di produrre Vitamina D, in base ai cambiamenti stagionali questa produzione può aumentare come diminuire: in Italia, tra Primavera ed Estate (tra Aprile e Settembre), con l'aumento delle temperature e l'incremento delle ore di luce, le persone riescono a stare più scoperte e ad ottenere quantità adeguate di Vitamina D, ma in Autunno ed Inverno (tra Ottobre e Marzo), le persone si vedono costrette a coprirsi il più possibile per il freddo dovuto anche alla diminuzione delle ore di luce a disposizione. Ciò è soprattutto di fondamentale importanza per le donne in gravidanza, che sono più a rischio di Ipovitaminosi durante quest'ultimo periodo. Occorre comunque stare attenti a non assumerne troppa (attraverso integratori), poiché si può incorrere in Ipercalcemia da Ipervitaminosi D.

Vi lascio qua le "Linee Guida alla prevenzione e trattamento dell'ipovitaminosi D con colecalciferolo" della SIOMMMS.

8) Noi siamo l’unica specie che beve le secrezioni della lattazione di un’altra specie NONCHE’ l’unica specie che continua a bere latte dopo lo svezzamento.

Vero e, in tutta onestà, non mi sognerei di rispondere ad una affermazione del genere mostrando l'ennesimo video su YouTube dove il gattino beve il latte dalla ciotola, oppure mentre l'allevatore lo sta mungendo. Così come le foto dove la tigre allatta i maialini. Purtroppo queste ed altre "testimonianze" sono il risultato di un ambiente con modifiche antropiche e che dunque non rispecchiano un reale comportamento in natura.

Eppure, come avrò modo di continuare con il Punto 10 (perché per rispondere a questa affermazione occorre riallacciarsi per forza a questo punto), questo ha permesso la sopravvivenza delle popolazioni umane in ambienti rigidi.

Ah, in ogni caso, non date il latte vaccino al vostro animale domestico (per le stesse ragioni che andremmo a trattare nel punto 10).

9) Oltre ad essere in sé poco salutari e a favorire malattie, i prodotti caseari sono pieni di pesticidi, antibiotici, ormoni (anche se provenienti da allevamento biologico), steroidi, metalli pesanti e altre tossine somministrate ai bovini per aumentare la produzione di latte.

Esiste una normativa ben specifica per il controllo del latte, il D.P.R. 54/97 (Decreto del Presidente della Repubblica). All'articolo 3, comma 1, lettera c, recita: "Il latte crudo può essere destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte o di latte alimentare trattato termicamente soltanto a condizione che non superi, relativamente ai residui derivanti dalle sostanze di cui all'art 13, comma 4, i livelli di tolleranza ammessi."

All'articolo 13, comma 4, elenca la natura di queste sostanze:

  • a) di sostanze ad azione farmacologica;
  • b) di sostanze ad azione ormonica;
  • c) di sostanze ad azione antibiotica e chemioterapica;
  • d) di sostanze ad azione antiparassitaria;
  • e) di sostanze detergenti e di altre sostanze nocive tali da alterare le caratteristiche organolettiche del latte o dei prodotti a base di latte o da renderne comunque pericoloso, se non nocivo, il consumo.

Per ciascuna di queste sostanze esiste un Limite Massimo Residuale (LMR), in inglese MRL (Maximum Residue Limit), per la quale, se avesse anche un solo valore di poco al di sopra di quelli stabiliti, il latte o derivato non può essere messo in commercio. Questi limiti sono aggiornabili in base alle ultime analisi in merito alla natura del composto (reattività nell'organismo, deposito...), ma possiamo vedere alcuni esempi dei limiti massimi concessi dall'Unione Europea per:

Sugli ormoni occorre fare una parentesi a parte, ma prima esaminiamo questi 3 composti. I pesticidi che possono trovarsi nel latte derivano dal loro utilizzo in agricoltura per il foraggio. Sono gli stessi utilizzati anche per l'agricoltura direttamente destinata all'uomo. Per gli antibiotici è bene sottolineare che non devono essere presenti al di sopra di determinate condizioni, poiché andrebbero a ridurre gli stessi fermenti lattici con il quale poi si può fare il formaggio; esistono inoltre normative severe (pag. 6 e 7) riguardo all'origine del latte destinato al consumo umano, il quale deve rispecchiare anche le condizioni di salute dell'animale stesso; altre varianti sono anche le vie con le quali vengono somministrati gli antibiotici e le loro caratteristiche chimico-fisiche ("Passaggio dei farmaci nel latte"). I Metalli Pesanti, invece, non vengono aggiunti volontariamente: essi derivano dall'inquinamento delle industrie e/o dall'ambiente urbano nei pressi degli stabilimenti agricoli (in particolar modo se fuori norma) e non vengono somministrati volontariamente per far produrre più latte all'animale o per qualunque altro scopo (anzi, il primo a risentire degli effetti tossici sarebbe proprio la mucca).

Gli ormoni, invece, per la stragrande maggioranza dei casi, non vengono usati. Anzi, quelli sotto accusa, in Europa, sono vietati, stando a quanto dichiara la FIMMG proprio in merito ai danni legati al consumo di latte e prodotti caseari. Purtroppo esistono casi in cui allevatori fraudolenti riescono ad entrarne in possesso ed a somministrarli alle mucche, ma proprio per questo esistono controlli severi per la qualità del latte alla quale partecipa anche la NAS: casi come quello del 31 Ottobre 2014 sottolineano come, purtroppo, esistano casi in cui alle mucche vengono somministrate sostanze illegali, come anche quello del 17 Marzo 2015, dove viene anche sottolineato il ritiro del latte prodotto.

Gli Steroidi, invece, sono una classe di composti derivati dall'ossidazione degli Steroli, di cui alcuni composti sono effettivamente ormoni. E' probabile che per "Steroidi" vengano intesi gli anabolizzanti che spesso si sentono (o si sentivano) anche nei Tg e che vengono usati dagli sportivi per incrementare le loro prestazioni (illegalmente). In ogni caso, sono vietati anche quelli (almeno nei paesi della EU, per il resto del mondo non mi posso esprimere).

10) Il 70% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio.

L'ultimo punto fa leva sull'intolleranza per il Lattosio, lo zucchero contenuto nel latte (costituito da una molecola di Glucosio e una di Galattosio legati). Ciò è dovuto alla mancanza dell'enzima Lattasi che provocherebbe dolori gastrointestinali e, stando a questo punto, i medici e i dietisti (secondo la dr.ssa Hever) spingerebbero all'uso dell'enzima Lattasi (come integratore e, si, esistono integratori di Lattasi) e all'uso di farmaci che alleviano i disturbi (a dire il vero non esisterebbero, anche se alcuni consigliano l'integrazione di Probiotici).

La Lattasi è un enzima che risiede a livello intestinale, normalmente codificato nel nostro DNA ed espresso principalmente alla nascita. Con l'avanzare dell'età, questo enzima tende a diminuire fino a scomparire quasi del tutto (Ipolattasia). Ciò comporta all'impossibilità di idrolizzare (scindere, in questo caso, il Lattosio in Glucosio e Galattosio attraverso idrolisi) il Lattosio che, continuando a permanere nell'intestino, richiama acqua per effetto osmotico (con conseguenti episodi diarroici) e, attraverso la sua fermentazione da parte della flora batterica, provoca meteorismo. Dati alla mano, lo schema riportato su Wikipedia ci dà una idea della distribuzione dell'Intolleranza al Lattosio, evidenziando come, effettivamente, una buona fetta di popolazione mondiale sia affetta da Ipolattasia.

Effettivamente ci sono i presupposti per considerare il latte non idoneo per il suo consumo per via della Ipolattasia. Oppure no?

Dobbiamo andare indietro nel tempo, nell'Europa di circa 10.000 anni fa (all'incirca intorno all' 8.000 a.C.): con la fine dell'ultima grande Glaciazione, da noi conosciuta con il nome alpino Würm, terminata (circa) 2000 anni prima, le popolazioni umane hanno incominciato a stanziarsi nelle regioni in cui sono arrivati. L'essere umano iniziò dunque a fondare i primi centri abitati, a cui seguiva di conseguenza una richiesta costante di alimenti. Difatti, nel nomadismo l'essere umano era cacciatore e raccoglitore e, benché la caccia potesse sostenere per brevi periodi la popolazione, non sempre andava a buon fine e raccogliere soltanto la frutta e la verdura allo stato selvatico non garantiva la disponibilità di alimenti per una popolazione sempre più in crescita nello stesso luogo (spostandosi, infatti, trovavano sempre nuove risorse, ma rimanendo sul posto le terminavano e dovevano attendere il loro rinnovo). L'uomo, dunque, nella necessità, scoprì che si poteva fare uso dei semi che spesso non venivano mangiati per poter garantire una maggiore produzione di alimenti. Fu la prima rivoluzione agricola, denominata anche Rivoluzione Neolitica e, secondo alcuni autori, avrebbe avuto luogo proprio nella Mezzaluna Fertile. Con l'agricoltura, inizia anche l'allevamento di capre e, successivamente, anche di mucche e maiali, principalmente per l'ottenimento delle carni e di pellame e, a breve distanza, anche del latte (tranne che dal maiale!). Nel mentre, altri gruppi hanno incominciato a colonizzare l'Europa e il Nord Europa, raggiungendo anche la Scandinavia e le isole Britanniche, poiché la calotta polare si ritirò da quelle terre, lasciando, letteralmente, campo libero per l'entrata in scena dell'essere umano. Questi gruppi portarono con sé la cultura dell'agricoltura e dell'allevamento, riuscendo a formare piccoli stanziamenti che via via andavano a colonizzare queste terre di nuovo accessibili.

Dario Bressanini, nel suo articolo per Le Scienze Blog, fa riferimento a come l'allevamento per l'utilizzo del latte fosse ormai presente in Europa e in Anatolia, nei Balcani e in Grecia, intorno al 6400 a.C. (Bressanini usa la dicitura inglese BC, Before Christ). Tuttavia, sottolinea come il latte venisse usato si a scopo alimentare, ma per la produzione, iniziale, di Yogurt e Formaggio, alimenti dal minor contenuto di Lattosio e di più facile trasporto e conservazione. Insomma, circa 10.000 anni fa è avvenuta la mutazione fortuita che consentiva all'essere umano adulto di poter trascrivere il gene della Lattasi anche da adulto e ciò ha permesso l'accesso a una fonte nutrizionale molto importante per la sopravvivenza dell'uomo che ormai aveva iniziato una vita "sedentaria" (mai quanto lo sono alcune persone che vivono oggi nei paesi più industrializzati, ma per certo, rispetto alla vita che conducevano poco prima, era già considerabile come vita sedentaria). Una mutazione analoga avvenne anche in Africa, sempre stando a quanto riporta Bressanini, e, benché diversa da quella avvenuta in Medio Oriente, Balcani ed Europa, produce lo stesso effetto. Tuttavia, questa mutazione era predominante perlopiù tra i centri abitati in cui si conducevano attività di pastorizia e nelle regioni in cui non era possibile utilizzare il latte come alimento ne erano sprovvisti. Il "boom" in Europa arrivò dal Nord, a partire dalle regioni della Scozia e della Scandinavia. Qua le popolazioni erano in un ambiente molto più rigido di quello che possiamo trovare qua in Italia e in altre parti del centro Europa: le ore di luce calano repentinamente durante il periodo invernale, lasciando quasi all'oscuro le regioni Scandinave per mesi. La produzione di Vitamina D è maggiormente compromessa, anche dal fatto che le poche ore di luce in queste regioni non permettono agli abitanti di potersi scoprire quel che basta per poterla produrre e l'agricoltura diventava difficile da effettuare. Pertanto, la natura stessa selezionò chi poteva sopravvivere con il latte, dando svantaggi a chi non poteva nutrirsi di questo alimento. Da allora, la mutazione venne trasmessa di generazione in generazione, garantendo la sopravvivenza dei popoli del nord e arrivando a diffondersi rapidamente anche in Europa (vi consigliamo la visione del grafico della ULC che mostra la diffusione della Lactase persistance dopo "solo" 360 generazioni). Insomma, si può dire invece che il consumo di Latte è una cosa che è diventata naturale per selezione darwiniana.

Eppure, nonostante questo, in regioni come Mongolia, Cina e in gran parte dell'Africa non è così predominante come in Europa e Balcani. Questo perché sono subentrate regioni storico-culturali e anche geografiche: dobbiamo considerare che in Africa non sono molte le zone con buona disponibilità di acqua per poter irrigare campi e avviare allevamenti (anche per l'abbeveraggio del bestiame), inoltre in regioni come quelle del Sud America l'allevamento delle mucche è stato introdotto dopo l'arrivo degli Spagnoli, evento molto più recente. Tuttavia, rimane il fatto che, benché le percentuali diano ragione all'intolleranza al Lattosio, la sua tolleranza nella popolazione cresce anche in queste regioni con l'avvicinarsi delle aziende dedite alla pastorizia.

Latte: inquina ed uccide gli animali.

Giungiamo infine alle aggiunte che troviamo all'inizio, inizialmente proposto dal sito Leonardo.it e in seguito riportato da Notizie dal Web (aggiunta che, tra l'altro, la dr.ssa Hever non dice, quantomeno non nell'articolo che linkano a loro volta). In questa parte si fanno accenni allo sfruttamento dell'animale che sarebbe costretto a produrre più latte di quanto normalmente dovrebbe farne e, inoltre, per poterlo produrre si uccidono i vitelli che deve per forza partorire per poterne fare. Il tutto riducendo le aspettative di vita dell'animale a circa 5 anni.

Innanzitutto, occorre fare una chiarezza riguardo alla produzione del latte da parte dell'animale: le razze destinate alla produzione del latte sono geneticamente predisposte alla sovrapproduzione del latte (tramite selezione artificiale). Dopo di ché, la produzione deve avvenire effettivamente con la fecondazione: la manza destinata alla produzione del latte viene fecondata intorno al 26° mese (pag. 3, "Età al primo parto", pag. 4 il grafico statistico) e il nascituro non viene, di norma, separato immediatamente dalla madre, poiché in questa fase la vacca non produce subito Latte, ma Colostro e segue la lattazione con questo da parte della madre per circa una settimana (qua descritte le fasi). La stessa fecondazione viene regolamentata. Solo in seguito, con un poco di anticipo, il vitello viene separato dalla madre per essere nutrito con latte artificiale e, a breve distanza, svezzato.

Gli allevamenti devono inoltre seguire una certa etica, come esplicato in questo opuscolo della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), a pagina 75, dove l'animale non deve riportare nessun tipo di trauma. C'è anche da considerare che le varie razze bovine hanno diversi periodi di produzione. Dopo questo periodo, però, è necessario ricorrere alla rimonta (semplificando: la sostituzione dei capi più anziani con quelli più giovani) e le mucche da latte che non sono più produttive vanno effettivamente al macello. Purtroppo, nella filiera del latte, il mantenimento stesso dell'esemplare ha i suoi costi, per la quale, se l'allevatore ci deve vivere, l'animale deve risultare produttivo al punto da permettere all'allevatore di rientrare nelle spese e di guadagnare quello che gli serve per vivere ed, eventualmente, per ampliare l'azienda.

Su quest'ultimo appunto girano diverse affermazioni, del tipo "Allo stato selvatico questi animali potrebbero arrivare anche ai 20 anni.", ma purtroppo non è così. Almeno, non per queste mucche: come detto in precedenza, le vacche da latte sono razze selezionate artificialmente (non in laboratorio, semplicemente usando gli incroci con i giusti individui) per produrre più latte di quanto il vitello ne abbia realmente bisogno. Di conseguenza, una mancata mungitura dell'animale porta inevitabilmente ad accumulo del Latte nella mammella, con conseguenti dolori derivati e maggiori probabilità di contrarre Mastite (ed è anche per questo motivo che esistono i tiralatte per gli esseri umani, da usare quando il neonato non mangia a sufficienza). La questione dei 20 anni deriverebbe forse da una confusione tra specie: benché appartenenti alla stessa Tribù (distribuzione tassonomica tra la Sottofamiglia e il Genere), le vacche, appartenenti al genere Bos (il cui antenato comune fu il Bos primigenius taurus, oggi estinto, chiamato anche Uro), non vanno accomunate ai membri appartenenti del genere Bison, le cui caratteristiche anatomiche e caratteriali lo rendono idoneo alla vita selvatica (come il Bison bison, il Bisonte americano, che effettivamente può arrivare e superare i 20 anni di vita, o il Bison bonasus, il bisonte europeo). Dunque, in ogni caso, l' "aspettativa di vita" di questi animali è già di per sé abbastanza breve (paradossalmente, vivono più a lungo in cattività che allo stato selvatico).

Arrivando infine alla questione ambientale, questo punto è forse tra i più delicati trattati qua: effettivamente gli allevamenti contribuiscono significativamente alle emissioni di gas serra (prevalentemente metano prodotto dalla digestione dei bovini). Non a caso, anche negli anni passati il fenomeno era sotto attenta analisi, tant'è che si sta pensando, in questi ultimi anni, di utilizzarlo come fonte energetica. Tale utilizzo non sarebbe solo possibile per la produzione di energia per impianti o abitazione, ma anche come possibile combustibile per i mezzi di trasporto: in Svezia, già nel 1996, hanno sperimentato l'introduzione di autobus alimentati a Biogas per provare a ridurre le emissioni. Negli ultimi anni, inoltre, sono sempre più utilizzati dei fermentatori che ricaverebbero metano dal liquame prodotto dagli allevamenti. Perciò, tale problema, è tutt'altro che ignorato. Ma occorre però specificare che anche l'agricoltura ha il suo impatto: attraverso l'uso di concimi, l'agricoltura ha portato a fenomeni come l'eutrofizzazione, che consiste, praticamente, all'aumento esagerato della popolazione algale nelle acque inquinate e con conseguente metabolismo batterico legato alla morte di queste ultime; così facendo, abbassano la concentrazione di ossigeno dell'acqua, compromettendo la vita di organismi che lo necessitano, come i pesci. Inoltre, nessuno pensa ai danni legati alla biodiversità: così come per gli allevamenti, anche l'agricoltura va a togliere areale alle specie autoctone e l'introduzione di specie potenzialmente invasive che, prive dei loro predatori naturali, potrebbero non avere problemi a "invadere" gli areali attorno ai campi e a propagarsi (come l'Heracleum mantegazzianum, anche se, per il resto delle piante, gli esiti non sono sempre così pericolosi).

Prima di procedere con le considerazioni finali, vorrei segnalarvi quanto mi è capitato con il sito News dal Web.

Up&Re-Upload

Durante la ricerca di articoli scientifici di approfondimento e (quasi) immediata stesura, dovevo per forza fare avanti ed indietro nel sito per rileggere i vari punti. L'articolo mi venne segnalato Martedì 6 Ottobre 2015 e, probabilmente tra Sabato e Lunedì, l'articolo in questione risultava non esistente. Una rapida ricerca su Google e trovo la pagina di Disqus che evidenzia come ci siano commenti risalenti a circa 10 mesi fa.

Sempre su Google, ho provato a vedere se era ancora possibile individuare il sito con quel titolo. E così è stato, recuperando la possibile data di pubblicazione: 18 Luglio 2015 (pressapoco 10 mesi fa).

Ho fatto dunque ricorso ad altri siti (tra cui lo stesso Leonardo.it) per continuare l'opera di ricerca, finché, il giorno 16 Ottobre 2015, sul sito Notizie dal Web ricompare lo stesso articolo (tramite lo stesso link del 6 Ottobre 2015), con una piccola differenza: la data, che segnava appunto quella del 16 Ottobre e non l'originale. Le prove a sostegno sono la permanenza dei commenti sotto lo stesso articolo che, benché sia stato (ri)pubblicato il giorno 16 Ottobre, continuano a riportare come datazione "10 months ago" (10 mesi fa).

A dare ulteriore conferma che l'articolo era già stato pubblicato in precedenza sul sito Notizie dal Web (di cui mi sono permesso di salvare, questa volta, sul sito Web Archive), è il blog TERRA REAL TIME che riprese lo stesso articolo dal sito NdW, copiandolo ed incollandolo in un suo intervento datato 6 Ottobre 2015 (anche questo salvato su Web Archive).

Ho provveduto a salvare anche gli altri siti (non si sa mai che gli capiti la stessa sorte capitata a NdW) che avevano riproposto lo stesso intervento (alcuni copia-incollando tutto, chi una parte soltanto), tra cui Panda Pazzo (19 Luglio 2015) e Donna&Benessere (29 Settembre 2015), che si affiancano a tutta una nutrita schiera di siti che riportano più o meno le stesse motivazioni (alcuni solo 5) e che intasano letteralmente la rete quando si cercano informazioni inerenti alle caratteristiche chimico-fisiche del latte e il suo ruolo nella nutrizione.

Considerazioni finali

Se state pensando di usare questo articolo come scusante per recarvi alla sagra della mozzarella di bufala impanata e fritta nello strutto, beh, vi sbagliate di grosso.

Come è stato sottolineato nei punti che lo necessitavano, di studi in merito alla salubrità o alla nocività di composti presenti (naturalmente o meno) nel latte sono ancora in procinto di concludersi, mentre altri staranno iniziando proprio ora, mentre leggete queste righe. E anche dagli studi conclusi dalla fine degli anni 80 ad oggi non danno ancora una risposta definitiva. Questo perché vengono prese in considerazioni più variabili possibili (come lo studio degli effetti anti-osteoporosi in esemplari femmina di topi a cui, però, sono state esportate le ovaie: per certo, i medici non si sognerebbero di andare a dire alle donne del pianeta "Esportatevi le ovaie per poter ottenere più benefici dal latte!"), così come altri studi dove presentavano invece risultati allarmanti legati, però, all'eccesso del suo consumo (o anche dei suoi derivati, accompagnati da altri alimenti decisamente ipercalorici). Senza contare le influenze legate ad uno stile di vita sano o meno, l'assunzione bassa, moderata o alta di alcool, fumo, vita sedentaria o attiva, condizioni preesistenti...

La dr.ssa Hever su certi punti avrà avuto anche ragione, ma tra questi e gli altri ha speculato sulle conoscenze (di cui alcune non del tutto approfondite) del periodo, quando ancora mancavano i risultati di altri esperimenti che sarebbero terminati negli anni successivi (come dissi, nessuno ha la capacità di prevedere nel futuro) e ignorando, come il collega Campbell, tanti studi antecedenti e contemporanei in merito agli effetti del Latte e delle sue componenti.

Così come oggi ci stanno speculando diversi siti pro-Vegan o che si fingono divulgatori scientifici nel campo della nutrizione e salute che ripropongono, a distanza di 15 anni, articoli che rasentano l'allarmismo sfruttando l'ondata di paura inerente alla salute, ignorando moltissimi studi e pubblicazioni che nel frattempo sono usciti su siti e riviste specializzate.

Avere cura del proprio corpo è cosa sacrosanta ed è bene farlo, ma non per questo ci si deve affidare a siti del genere, soprattutto perché chi ci sta dietro potrebbe non avere nessuna qualifica in merito. E nemmeno io posso venirvi a dire cosa potete/dovete o non potete/non dovete mangiare nella vostra vita. Consultatevi sempre con il vostro medico di fiducia e anche dal pediatra che segue vostro figlio e che conosce i risultati dello Screening neonatale (utile per individuare possibili allergie o malattie alimentari, come la Galattosemia per la quale lo stesso latte materno può arrecare danni all'individuo) e fatevi consigliare, da questi, un dietista competente, poiché, in base agli stili di vita individuali e alle eventuali allergie e/o intolleranze, è bene saper scegliere gli alimenti giusti.

LaNozioneRagniIl sito che riporta una notizia del genere è per me una novità, ben diverso dalla solita habitué a cui ero abituato in passato: La Nozione. Già il nome, molto simile a "La Nazione", può portare a ritrovarselo nel motore di ricerca digitando la "o" al posto della "a" per errore. Prima di procedere, vorrei solo sottolineare che tale sito riporta bufale del calibro delle Ostie allucinogene a Campobasso (bufala di carnevale), oppure quella che dal 1° Settembre le famiglie italiane dovranno ospitare a casa loro gli immigrati cambiando addirittura i nomi (come se cambiando il nome dei parlamentari rendesse valida la storia; io ho una Clio e chiamarla Testa Rossa non la farà andare più veloce). Ce ne stanno altre davvero assurde che potrei dedicarmici per un mese intero e ne avrei ancora per diverso tempo, ma credo che dovrò centellinare i miei interventi sul suo conto. Ma ora arriviamo al punto: un ragno velenoso proveniente dall'estero sta invadendo il Nord Italia?

Ragni velenosi nel Nord Italia: Allarme o Allarmismo?

L'articolo in questione (WebArchive) parlerebbe di una specie proveniente dagli Stati Uniti, il Loxoceles rufescens (in corsivo perché il nome scientifico è in latino), e che ora si troverebbe in Italia, particolarmente al Nord.

Ora... Questa notizia di stampo allarmistico è nata mescolando altri articoli bufala/allarmistici come quello di cui si parla nel sito Newsly con alcune frasi della seguente pagina di Wikipedia. Quella sbagliata per giunta

L'articolo parla della specie Loxoceles rufescens come una specie invasiva, quando in realtà si tratta di una specie autoctona (è originaria del posto) e distribuita in tutta la penisola italiana, mentre quella originaria degli Stati Uniti e che sarebbe stata trovata fuori dal Nuovo Continente è la cugina Loxoceles reclusa (nessuna segnalazione di quest'ultima nella penisola, mentre sarebbe stata avvistata in Inghilterra).

Pericolosità

L. rufescens è effettivamente una specie velenosa italiana ed è responsabile di una condizione patologica conosciuta come loxoscelismo che risulta essere raramente mortale. Tuttavia, se non curata a dovere e per tempo, può portare a danni estesi a livello cutaneo, in quanto il suo veleno ha effetto necrotizzante.

Tuttavia, benché sia una specie autoctona e diffusa per tutta la penisola, questa specie non rappresenta la minaccia che gli è stata attribuita: ricercando nelle testate giornalistiche, tra quelle di portata nazionale e quelle di portata regionale, ho trovato solo tre articoli che parlano di casi di ricovero per colpa di questa specie: una risalente al 25 Agosto 2010 de "La Nazione", avvenuto a Perugia (con un titolo altrettanto allarmistico), concludendo che casi simili capitano una-due volte l'anno; il 23 Maggio 2013 il sito "La Provincia Pavese" parla di tre casi in dieci giorni, evento del tutto eccezionale a Pavia, considerando che, come dichiara il medico (non identificato) che l'anno prima è capitato solo un unico caso; il 30 Gennaio 2015 il sito Corriere delle Alpi riporta un caso di ricovero di un trentenne di Feltre che ha rischiato di perdere il dito. Insomma, la casistica non è dalla parte di chi parla di seria minaccia alla propria incolumità.

Inoltre, questa specie di ragno non è aggressiva nei confronti dell'uomo: non tende a mordere, a meno che non si senta minacciato e pertanto le possibilità che possa mordervi sono molto esigue. Fate giusto attenzione se girate scalzi sul prato.