anteprima

Ben trovati sul mio sito (mamma saura, era da tempo che non pubblicavo qualcosa), probabilmente sarete incappati qua a seguito del mio ultimo video in merito al VR e alla Motion Sickness (da qui in poi la chiameremo Cinetosi). Se siete finiti prima sul sito, senza passare per il canale YouTube, vi lascio incorporato il video qua sotto.

Ma veniamo dunque di fare un piccolo approfondimento. I motivi che spingono il cervello ad attivare lo stato di cinetosi, e le meccaniche precise, non sono ancora state del tutto chiarite. Possiamo solo parlare di ciò che sappiamo e riprendere le teorie più accreditate del perché esiste questo fenomeno: vi è il modello che vede tale riflesso come meccanismo di difesa nel caso si ingerisca un alimento tossico (poiché la cinetosi ha come sintomi la nausea), mentre alcuni propendono al riflesso oculo-cardiaco.

Come detto nel video, i responsabili che danno il segnale di movimento sono le Cellule ciliate, cellule dalla forma allungata dotate di ciglia in grado di piegarsi in funzione al movimento di un fluido, detto Endolinfa, ed in base alla direzione in cui si piegano inviano un determinato messaggio. Ma come può il piegamento da solo determinare il senso di movimento? Semplice: non può. Non sono le cilia da sole, nel piegarsi, a dare il segnale: quest’azione non è altro che il sistema con cui vengono attivate/deattivate alcune strutture presenti a livello della membrana che, in base al piegamento della cellula ciliata, assumono diverse conformazioni (nel video lo avevo accennato di sfuggita). Queste strutture sono dei particolari canali ionici che si aprono (“attivano”) solo per trazione meccanica, differendo da altri tipi di canali che si aprono in presenza di uno specifico valore di Potenziale di membrana (ad un determinato voltaggio, detto in soldoni). L’entrata viene ostruita, o chiusa, da una protuberanza che è in collegamento con un’altra cilia e quando flettono in una direzione tirano letteralmente questa protuberanza, costringendola a dare via libera agli ioni che possono finalmente entrare nella cellula (attraversando le cilia) e cambiando il potenziale di membrana, con conseguente formazione di un segnale elettrico da uno meccanico (trasduzione).

Tratta dal sito della APS (American Physiological Society).
Tratta dal sito della APS (American Physiological Society).

L'apertura dei canali innesca un passaggio di ioni che vanno a cambiare il Potenziale di membrana della cellula, che si ripercuote lungo il resto della membrana fino a raggiungere i centri deputati all'invio del segnale ai neuroni che porteranno il messaggio al cervello per l'elaborazione.

Nel video ho accennato al fatto che, nonostante sia così “scarno” di elementi per la trasduzione, le cellule sono in grado di variare il messaggio in base alla direzione in cui si piegano. Per capire un po’ meglio, ragioneremo insieme in base a quanto avete letto poco fa.

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Le proteine canali si aprono solo quando le cilia, nel piegarsi, tirano la protuberanza (tramite tip links), aprendo di conseguenza il canale. Questo, però, solo se la direzione consente la trazione. Nel caso contrario, il collegamento tra la proteina e la cilia si rilassa, senza dare la possibilità di aprire il canale. Pertanto, come spiegato, abbiamo 3 principali tipologie di frequenze che codificano per un segnale: nella direzione in cui abbiamo i canali aperti, le frequenze saranno maggiori; nella direzione in cui i collegamenti si rilassano, le frequenze saranno nulle o quasi assenti; abbiamo poi la terza tipologia, dove le cilia non vengono piegate ed abbiamo frequenze intermedie alle prime due.

Il principale responsabile al piegamento delle cilia è l’Endolinfa: quando muoviamo il capo, ad esempio a sinistra, l’Endolinfa si sposta per inerzia nella direzione opposta, segnalando pertanto il movimento verso sinistra; nel caso in cui ci spostiamo all’indietro, lo strato gelatinoso si sposta per inerzia in avanti, piegando le cilia che segnalano che ci stiamo spostando all’indietro.

Passiamo ora alle strutture dell’orecchio interno deputate ai movimenti spaziali:

  • Sacculo e Utricolo: queste strutture rilevano l’accelerazione lineare, il primo su piano verticale (su/giù), il secondo su piano frontale (destra/sinistra, avani/indietro).
  • Canali semicircolari: queste strutture rilevano il movimento angolare, ovvero quando alziamo o abbassiamo il capo, o lo incliniamo a sinistra o a destra.

Con queste due strutture, il cervello riceve i segnali sui movimenti del corpo, in coordinazione con quanto riceve dal sistema visivo.

Ricerca e sviluppo: è possibile salvare il VR dai conati?

Forse si. Come accennato nel video, due ricercatori hanno evidenziato come riducendo dinamicamente il campo visivo (e non l'immagine) mentre si è in movimento, la sensazione di disagio si riduce (articolo con video). Tuttavia, è da sottolineare come tale stratagemma per adesso sia stato sviluppato su HTC Vive e non per altre periferiche come il Playstation VR, ma ciò non significherà necessariamente che sarà una esclusiva per il primo (Sony può sempre implementarlo oppure trovare un accordo per poterlo sfruttare per il suo visore).

Spero vivamente che questa volta risolvano il problema, poiché, vedendo che la situazione si sta dirigendo anche verso il lato educativo/divulgativo, potrebbe aprire orizzonti non indifferenti nell'ambito dell'istruzione (che bello sarebbe trovare delle postazioni nei musei per vedere nel dettaglio piante, animali e fossili?).

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Mi imbatto nella condivisione di un articolo da parte di un antivaccinista secondo cui la FDA, U.S. Food & Drugs Administration, avrebbe dichiarato la correlazione tra vaccini e autismo, quando "poco fa" lo ha sempre negato.

 

fdaammettecose

 

Apro il link e già inizia bene come articolo, visto che perfino l'autore sembra dubitare della faccenda invitando al lettore a dire la sua (si sa, la matematica non è una opinione, tutte le altre scienze si).

fda-announce-that-dtap-vaccine-causes-autism-med-health-fit

 

Senza contare la mancanza di un solo link che possa reindirizzare alla fonte, ma solo la scritta sottolineata in rosso. Scritta che non posso nemmeno copia-incollare perché dev'essere stata bloccata questa possibilità. Ad ogni modo, il documento è questo e vediamo cosa troviamo scritto nel documento. Più precisamente a pagina 11.

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Tale osservazione avrebbe avuto origine da un anonimo bloggher che dal 10 Marzo 2016 avrebbe lanciato la notizia che poi avrebbe saltato come un canguro euforico da un sito all'altro, perfino sul ricettacolo di mistificazione che è Natural News, sito da cui attingerebbe il Dottor Nò le sue perle complottare.

fda-document-admits-vaccines-are-linked-to-autism-naturalnews-com

 

Ma c'è un fatto che sembra essere sfuggito ai nostri web-paladini che senza chiedere nulla in cambio (a parte comprare i loro libri sull'argomento, donare qualcosa tramite il sito e disabilitare Adblock durante la visione) ci danno preziose notizie sulla salute: il documento in questione uscì nel Dicembre 2005, mentre la notizia sarebbe di quest'anno.

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E' importante? Direi di si, visto che:

  1. Questa informazione è contraddittoria rispetto a quanto dichiarato, ovvero che sarebbe stata recentemente dichiarata la correlazione da parte della FDA;
  2. Ci aiuta a comprendere le cause del perché si trovi scritta questa eventuale problematica legata al vaccino DTap.

Dobbiamo considerare che nel 1998 uscì un articolo di Wakefield che dimostrerebbe una correlazione tra vaccini MPR (Morbillo, Parotite e Rosoloia) e autismo. Per 4 anni i ricercatori provarono ad ottenere i medesimi risultati di Wakefield, senza successo. Solo nel 2004 un giornalista del Sunday Times rivelò che nello studio ci fosse un conflitto di interessi per realizzare la frode. Non solo per essere stato pagato per arrangiare i dati a favore della causa legale per cui era stato interpellato, ma anche per aver proposto LUI stesso un vaccino che lui stesso aveva brevettato (ironico che poi sia la punta di diamante di molti antivaccinisti). Dovemmo aspettare solo il Gennaio 2010 per avere la condanna definitiva e il Maggio 2010 per la radiazione dall'albo di Wakefield. Solo nel 2010 la rivista Lancet pubblicò infine una ritrattazione dello studio, ma nel mentre (2005) venne inserito comunque nel "bugiardino".

Per ulteriori approfondimenti, vi suggerisco l'articolo del sito Snopes sulla faccenda.

anteprimaPetey

Torniamo con questo articolo a parlare di ragni (no, niente bufale come qualche tempo fa), più precisamente dell'amichevole Uomo Ragno di quartiere e del suo potere più discusso, ovvero il famoso "Senso di ragno", sensazione che percepisce come un pizzicore dietro la testa (un pò come nell'ASMR, però non gradito).

Per chi non avesse mai letto un suo fumetto, o visto uno dei suoi film, l'Uomo Ragno è dotato di diversi superpoteri, tra cui la forza proporzionale a quella di un ragno, la capacità di aderire alle pareti, l'istinto per poter ricreare le ragnatele e il suo famoso Senso di Ragno, una capacità che gli permette di percepire in anticipo l'arrivo di un potenziale pericolo. Più o meno come una sorta di sesto senso che gli ha permesso di salvarsi il collo in più occasioni. In genere, nel fumetto, è rappresentato come una sorta di aureola composta da linee leggermente saettate, a dare l'idea di pizzicore (ma dipende un pò anche da autore ad autore, ma in genere sono quelle), così come nel cartone del 1967 dove non veniva disegnato affatto e/o veniva effettivamente rappresentata come un misto tra un'aureola e una corona di spine. Sempre meglio della serie del 1994, dove il senso di ragno veniva rappresentato come un effetto collaterale di qualche sostanza psicotropa.

No, sul serio, cos'avevano di sbagliato i realizzatori del 1994 per rappresentarlo in questo modo?
No, sul serio, cos'avevano di sbagliato gli animatori del 1994 per rappresentarlo in questo modo? Fonte immagine.

Tornando a noi, gli appassionati di scienza (o anche gli addetti ai lavori) si divertono molto a provare a dare una spiegazione razionale riguardo a cose del genere, come possiamo leggere anche in questo articolo del blog Planet Science dove, alla voce sul senso di ragno, propone l'ipotesi di speciali peli che sarebbero in grado di captare i più lievi movimenti dell'aria. Sembra assurda come ipotesi, se non fosse che ha un fondamento.

Esistono delle particolari strutture, presenti anche in altri Artropodi oltre negli aracnidi, dette Tricobotrii, delle speciali setole (o "peli") deputati alla percezione di stimoli meccanici. Non tutte le specie sono dotate di queste strutture e chi le possiede è in grado di percepire i movimenti dell'aria, anche i più lievi. Ciò permette di poter contare su un senso in grado di avvertirlo di eventuali pericoli, come ci viene mostrato nel seguente video.

Come detto in precedenza, non sono solo i ragni a possedere tali strutture, ma anche altri artropodi, come questo esemplare appartenente alla famiglia dei Grillidi (no, non il partito). Come si può vedere, il ragno, spostandosi, provoca delle perturbazioni del flusso d'aria che vengono avvertite dai tricobotrii collocate all'estremità dell'addome dell'insetto. In tal modo, il grillide lo avverte con un certo preavviso, avendo l'occasione di poter scappare prima di finire nelle grinfie del predatore.

Criticità

Passiamo ora alle criticità della teoria: quanto è probabile? Mi spiego, l'idea stessa di riuscire a modificare in modo così pesante il genoma di un essere umano in modo da renderlo Spider Man è alquanto peregrina, sia attraverso il morso di un ragno radioattivo, sia attraverso il veleno di un ragno geneticamente modificato (sia come visto nel film che nella versione Ultimate). Ammesso di riuscirci, cosa accadrà? I geni deputati alla codifica dei tricobotrii si adegueranno alle strutture già preesistenti, oppure andranno a codificare per strutture a sé stanti in proporzione alla corporatura umana? E nel primo caso, quali strutture verranno modificate?

All'ultima domanda non è facile rispondere, poiché è da considerare che l'anatomia degli organi di senso degli artropodi (e aracnidi nel nostro caso) non può combaciare a livello fisiologico con gli organi di senso dei mammiferi: infatti, benché gli stimoli possano essere gli stessi (fisici e chimici), i ragni percepiscono tali elementi in modo differente. Prediamo ad esempio il suono: noi percepiamo il suono attraverso le orecchie, tuttavia per i ragni non esistono ancora riscontri totalmente positivi per quanto riguarda questo senso. Si potrebbe speculare sul fatto che, a dare loro il senso dell'udito, possano essere gli stessi tricobotrii, tuttavia non tutti i ragni ne sono in possesso e perciò dovremmo affermare che alcuni ragni siano sordi. Parlo dell'udito perché il canale Science Friction ha proposto la curiosa teoria secondo cui il senso di ragno possa essere dovuto ad un accrescimento del senso dell'udito, in analogia con quanto accade con DareDevil, il famoso supereroe cieco.

Un' alternativa può essere, invece, lo sviluppo dei specifici meccanocettori attorno al bulbo pilifero e dunque svilupparsi sulle strutture pilifere presistenti nel derma umano, tuttavia rimane il dubbio se questi possano ugualmente attivarsi anche in caso di vento, innescando dunque un falso allarme, oppure reagire a specifiche frequenze e pertanto reagire solo in caso di minaccia, ma nel caso si vada in luoghi affollati il rischio di innesco immotivato rimane.

Eppur si sente

Per una volta vorrei concludere riportandovi una curiosità che potrebbe indorare la pillola: se vi dicessi che esiste già qualcosa di simile nell'essere umano al senso di ragno di Petey, mi credereste? Joshua New, del dipartimento di Psicologia della Columbia University, avrebbe determinato nel suo studio, "Spiders at the cocktail party: an ancestral threat that surmounts inattentional blindness", che l'essere umano è già predisposto al riconoscimento quasi istantaneo di figure analoghe agli aracnidi anche quando queste si manifestano in brevissimi istanti (nello studio, tale figura è stata esposta per una frazione di 200 millisecondi ai volontari e una buona percentuale si è accorta dell'intruso). Ciò può essere legato ad un meccanismo ancestrale acquisito nel corso dell'evoluzione dell'uomo, quando questi abitava in regioni dove i ragni potevano rappresentare una seria minaccia per la propria incolumità. Insomma, tutto si baserebbe comunque sulle informazioni captate dal sistema visivo e non è comunque in grado di avvertirvi nel caso il pericolo si trovasse alle vostre spalle, ma è già qualcosa, no?

Se proprio non vi soddisfa, per i più esigenti, c'è chi ha realizzato una tuta che permetterebbe di avere gli stessi sensi di ragno di Petey, tuttavia non so quanto potrebbe costare.

ASMRanteprima

Quest'oggi vorrei parlare di un argomento diverso dal Debunking, iniziando dunque a scrivere qualcosa che rientri nella divulgazione scientifica.

Stavo vedendo l'undicesimo episodio di RWBY Chibi e in questo mi si para davanti un fenomeno che non conoscevo ancora (e di cui ignoravo completamente la portata che sta avendo): Juane introduce la sua Gag parlando sottovoce davanti un microfono con l'intendo di registrare un video di A.S.M.R. Pensando che fosse uno dei tanti acronimi della serie (es. RWBY = Ruby, White, Blake e Yang, i nomi delle protagoniste) non ci ho fatto caso, fino a quando non ha spiegato che l'ASMR è "un modo per avere quel simpatico formicolio dietro il collo, come quando vi fate tagliare i capelli o quando quella ragazza speciale dice "Ciao!" nel corridoio." [cit.] Spero di averla tradotta bene, sennò... Ditemi che la correggo.

A.S.M.R. - Autonomous Sensory Meridian Response

C'è chi li ricerca per il proprio relax, altri per il piacere che provoca. Sta di fatto che ci troviamo di fronte ad un fenomeno che ha suscitato l'interesse di scienziati, come il neurologo Steven Novella, e di riviste come il Time, che ne dedica un articolo nel 2013.

Novella ne parlò nel suo blog, NeuroLogica blog, nel quale spiega come questo fenomeno possa venir innescato da una varietà di sensazioni strane, riportando un elenco dal sito ASMR-Research&Support, che include:

  • la visione di video a scopo educativi o istruttivi (pertanto, guardate i miei video e quelli dei miei colleghi, vi rilasserete!);
  • sperimentare reazioni altamente empatiche o simpatetiche ad un dato evento;
  • godere di un'opera d'arte;
  • l'osservare un'altra persona compiere diligentemente il proprio compito;
  • la vicinanza e le attenzioni personali da parte di un'altra persona;
  • il taglio dei capelli e/o il farsi toccare la testa da un'altra persona.

Il tutto accompagnato dalla lenta voce del creatore, tenuta opportunamente a toni bassi, in pratica sussurrando di fronte al microfono. Come precisa Novella, questo insieme di fattori potrebbe non essere univoco, in quanto c'è chi non reagisce e c'è chi reagisce con altri stimoli. Questo perché i nostri cervelli non sono delle copie identiche, ma ognuno si sviluppa a seconda dei diversi contesti socio-culturali (in pratica, ciò che piace a uno può anche non piacere all'altro e questa neurodiversità la ritroviamo anche nei gusti cinematografici, musicali, culinari etc...) ed è per questo che non a tutti piacciono i video ASMR (o tutta la rosa di suoni proposti dai creatori di contenuto su YouTube, che vanno dallo strofinarsi delicatamente le dita davanti al microfono al colare preparato per budino su orecchie di silicone). Infine, Novella suggerisce una attenta ricerca del fenomeno per mezzo di risonanza magnetica e stimolazione magnetica transcranica.

Lo studio

Nell'8 Gennaio di quest'anno (2016), il giornale The Guardian riporta nel suo articolo l'unico studio condotto fin'ora sul fenomeno, terminato nel 2014 e pubblicato nel 2015 sul PeerJ e liberamente accessibile qua. Condotto dalla dr.ssa Emma Barratt (laureata alla Swansea University, Galles) e dal dr. Nick Davis, ha avuto l'aiuto di 475 volontari (dai 18 ai 54 anni, età media = 24.7 anni, dev. st. = 7 anni) che hanno partecipato attraverso un questionario online (domande e testi consultabili qua). Ai partecipanti è stato chiesto di identificare cosa potesse scatenare in loro il fenomeno e a chi si manifestasse il formicolio associato allo stesso fenomeno, abitudini (in che occasione vedono i video ASMR, quanti ne vedono in un'unica seduta e le condizioni che trovano ottimali per usufruirli), quali dei 9 possibili inneschi (trigger) di quelli elencati potesse scatenare il fenomeno, dove vengono visti, misura dello stato di flusso attraverso la Flow State Scale, una loro votazione personale (da 0 a 100) degli effetti sull'umore o sul dolore cronico.

Dai risultati si vede come gli inneschi più comuni siano il sussurrare (75%), l'attenzione verso lo spettatore (69%), i suoni nitidi (64%) e i movimenti lenti (53%). Appena il 34% ha riferito l'innesco guardando azioni ripetitive, mentre altri inneschi si sono rivelati molto meno frequenti (sorridere, rumore di aspirapolvere, la risata...), efficaci, a quanto sembra, sotto o attorno il 3% (sempre in riferimento al campione sotto esame).

Il 63% dei volontari ha dichiarato una origine statica del fenomeno, ovvero che inizia sempre dallo stesso punto per poi eventualmente diffondersi, mentre il restante 27% riferisce una comparsa non necessariamente localizzata o localizzata altrove più frequentemente. In base a questi risultati, è stata elaborata la seguente immagine che identifica la presunta zona di origine (almeno la più frequente).

1- origine della sensazione di formicolio 2- descrizione del movimento verso il basso, seguendo la linea delle vertebre; alcuni lo percepiscono anche alle spalle; 3- la sensazione può diffondersi in altre aree con l'incremento dell'intensità, fino agli arti e la regione lombare. Fonte: PeerJ
1- origine della sensazione di formicolio
2- descrizione del movimento verso il basso, seguendo la linea delle vertebre; alcuni lo percepiscono anche alle spalle;
3- la sensazione può diffondersi in altre aree con l'incremento dell'intensità, fino agli arti e la regione lombare.
Fonte: PeerJ

Sono emersi, nello stesso studio, delle particolarità legate all'uso di farmaci: uno dei volontari ha dichiarato di non avvertire gli effetti ASMR durante il periodo di somministrazione di antidepressivi e che una volta cessata l'assunzione hanno ripreso a riemergere, senza però dichiarare che farmaco prendesse; un secondo volontario notò un calo della percezione della sensazione ASMR tramite l'assunzione di pillole per il sonno; un altro ha dichiarato la riduzione della sensazione ASMR durante l'assunzione di Clonazemap; sei partecipanti, invece, non hanno riportato variazioni durante l'uso di farmaci e altri 103 sono incerti sulle variazioni.

A conti fatti, una buona parte dei volontari hanno dichiarato un miglioramento dell'umore, ma solo temporaneo e tra quelli consapevoli di ottenere ciò da questi video. Vengono registrati miglioramenti del dolore cronico, dovuto presumibilmente per il fenomeno del "mindfulness" (o "sati"), in genere ottenibile attraverso la meditazione o, in questo caso, la ricerca della sensazione piacevole e su questo i video ASMR (e dunque i loro creatori) tentato di ottenere dallo spettatore. Studi come "The clinical use of mindfulness meditation for the self-regulation of chronic pain" (1985) hanno dimostrato come il mindfulness possa essere usato per il miglioramento dell'umore dei pazienti.

Criticità

Passiamo ora ad alcune mie critiche personali inerenti al fenomeno. Riguardo allo studio, mi preme sottolineare non agli ideatori, ma a chi lo andrà a leggere, che il fine ultimo non è certo quello di spiegare completamente il fenomeno. Si tratta unicamente di un primo approccio sul fenomeno che potrà in futuro servire per altri studi necessari per comprenderne meglio le dinamiche ed è una cosa che hanno voluto precisare Barratt e Davis. Per adesso possiamo avere l'idea che l'ASMR possa trattarsi di un fenomeno riconducibile alla sinestesia, ma non necessariamente essere un sottotipo di quest'ultima. Sono ancora da chiarire quali aree del cervello vengono stimolate e con quale intensità: per dirvene una, clamrush afferma che il fenomeno è riconducibile alla nostra infanzia, probabilmente in età neonatale dove la percezione del mondo è fatta per lo più di suoni e odori, pertanto non è da escludere una possibile eccitazione dell'Ippocampo a riguardo. Per determinare dunque quali aree possano reagire, occorrerà fare come ha suggerito Novella e ricorrere ad analisi non invasive che monitorano le attività cerebrali.

Le mie personali criticità più forti vanno forse verso il lato commerciale: in analogia al mondo del Gaming (salvo eccezioni), troviamo un vero e proprio mercato di strumenti che, il più delle volte, vengono spacciati per prodotti destinati all'uso esclusivo dell'ASMR, quando poi possono benissimo trattarsi di articoli convenzionali (anche di buona qualità, per carità) a cui applicano la scritta "For ASMR" per rivenderli ad un prezzo maggiorato.  Insomma, una nuova mucca da mungere fino a che non darà esclusivamente polvere d'ossa.

Tuttavia, è ancora troppo presto per poter cestinare o elevare in via definitiva questo fenomeno: fino a che non verranno condotti studi più approfonditi che, per ironia, potrebbero anche aiutare di molto gli ASMR artist (come vengono definiti nel settore), sarebbe il caso di non specularci troppo. E sono proprio curioso di sapere cosa diranno i ricercatori in futuro.

Mi è stato chiesto di verificare l'autenticità di questo consiglio apparso sui giornali da parte del medico veterinario Oscar Grazioli.

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A quanto sembra, come sistema casereccio sembrerebbe avere delle basi discretamente valide, se anche il dr. Matteo Ruina la consiglia.

Cosa fare dunque se capita di vedere il cane ingerire qualcosa di “sbagliato”, la prima cosa è contattare un Medico Veterinario, o un Centro Antiveleni che sicuramente sa dare il consiglio giusto, ma nel “fai da te” molto spesso (ma non sempre!)  è utile far espellere il tossico nel minor tempo possibile, e il sistema più sicuro e immediato è l’utilizzo dell’acqua ossigentata, che ha un forte effetto emetico nel cane, meno nel gatto, e che dovrebbe essere sempre presente in casa in un kit di pronto soccorso del cane.

Girando su internet, diversi studi veterinari adotterebbero questa tecnica, tuttavia occorre mettere i puntini sulle "i". E ce ne sono parecchi di puntini.

Tanto per incominciare, Grazioli e Ruina non danno specifiche indicazioni in merito alle quantità di acqua ossigenata da utilizzare: "uno o due cucchiai (in base alla taglia)" non sono proprio delle unità di misura valide per avere una idea chiara in base alle dimensioni del nostro amico a 4 zampe. Misure già più precise si possono trovare sui siti inglese/americani come PetMD dove consigliano di utilizzare 45 millilitri anche per i cani di peso superiore a (circa) 20 chilogrammi. Ma è bene sottolineare come questa quantità faccia riferimento ad una soluzione al 3% di acqua ossigenata: benché quella al 3% sia la più diffusa in commercio, possiamo avere soluzioni che possono anche avere percentuali anche di poco più alte (ma non di troppo, in genere non si allontana troppo dal 3%) e se in casa avete soluzioni a percentuali maggiori non sarebbe proprio il caso di utilizzare lo stesso volume e fare una proporzione diretta è sconsigliabile. Questo perché l'acqua ossigenata, benché usato spesso per disinfettare le nostre ferite, rimane comunque una sostanza da maneggiare con cautela: questa sostanza può anche provocare gravi danni alle cellule e tessuti, dovuti alla natura denaturante che ha sulle proteine. Anche Medbunker, in altre occasioni, ne aveva parlato.

Insomma, come metodo è tutt'altro che sicuro. Tuttavia non me la sento di dire nulla in particolare riguardo gli interventi dei precedenti veterinari: come detto, in alcuni studi viene eseguita questa pratica, ma ad eseguirla è un personale altamente preparato che SA come dosare le sostanze in relazione non solo alle dimensione dell'animale, ma anche in relazione allo stato di salute precedente al rischio di avvelenamento. Inoltre non è detto che l'acqua ossigenata non possa avere qualche tipo di reazione con il tipo di veleno ingerito (accidentalmente) dal cane. Per questo motivo altri veterinari consigliano una soluzione di acqua e sale, ma è bene saper dosare bene le quantità anche in questo caso (più che altro per ottenere l'effetto sperato).

Non posso certo consigliarvi, pertanto, il tipo di sostanza da usare in questi casi: nel caso di una gita fuori con il vostro cane è bene che stiate attenti a ciò che gli si para davanti e fate attenzione che non ingerisca nulla che non sia effettivamente sicuro per l'animale (anche la cioccolata può risultare pericolosa per la presenza di Teobromina). Nel caso che accada, portate immediatamente il vostro animale dal veterinario e, se possibile, cercate di rimediare un campione di ciò che ha ingerito, in modo che i medici possano risalire al tipo di avvelenamento e poter procedere con le cure più idonee. E, se proprio volete portarvi dietro delle misure precauzionali, chiedete consigli al vostro veterinario di fiducia.

Stavo studiando inglese e mi arriva una notifica su FB di un amico che ha condiviso questo video su YouTube, che altro non è che un servizio del TG3 RAI Regionale (Piemonte).

In pratica, il servizio parla di una nuova droga in circolazione tra i giovani, ovvero la THC (Delta-9-tetraidrocannabinolo). Stavo risistemando gli appunti e mi son detto "Ma dai, non può essere, si tratterà di un servizio vecchio." e poi mi casca l'occhio sulla grafica del telegiornale, che è quella dei nostri giorni. Poi leggo la descrizione e rabbrividisco.

THC è una NUOVA droga dagli effetti TREMENDI ...lol YouTube

Colpo di grazia la conferma che non si tratta di un video montaggio amatoriale, negli archivi del sito di TGR.

Non ci sto, mi spiace, qua urge un chiarimento, perché non è possibile che si debba pagare il canone per sentire cose del genere! Come se non bastassero gli interventi alternativi sui vaccini a "Virus"...

Canapa

Tanto per incominciare, il composto, THC, è assurdamente noto dai tempi antecedenti ad internet. Basti pensare che il luogo comune del mondo dell'Rock e dei suoi seguaci era l'uso frequente di una sostanza, la Marijuana, contenente appunto questo principio attivo. E se non era il Rock doveva essere la corrente fortemente ispirata al Rastafarianesimo e gli artisti che seguivano questa corrente, come Bob Marley.

La Marijuana è una sostanza prodotta dalle infiorescenze di un genere particolare di piante, la Cannabis, il cui principale esponente (anche se alcuni autori lo definiscono l'unico esponente) è la Cannabis sativa, conosciuta anche come "Canapa utile" o, semplicemente, "Canapa". Questa pianta è conosciuta, probabilmente, sin dall'8000 a.C. ed utilizzata prevalentemente per il suo uso nel ramo tessile, nonché per la fabbricazione di corde molto robuste, usate in diversi ambiti lavorativi (navigazione, edile...). Solo qualche tempo dopo, in alcune popolazioni si iniziò a trovare degli usi... alternativi.

THC

Passiamo ora al principio attivo per eccellenza, presente nella Marijuana: il THC, ovvero Tetraidrocannabinolo (Delta-9-tetraidrocannabinolo a voler essere puntigliosi). E' sicuramente il più famoso componente della famiglia dei cannabinoidi, tanto più che la sua sigla la ritroviamo anche nel sound check che precede la visione del film Tenacious D e il destino del rock del 2006, tanto per ricordare il luogo comune riguardo al suo utilizzo nel mondo del Rock e derivati.

Questi composti, di cui possiamo distinguere i fitocannabinoidi (dunque quelli prodotti dalle piante) e gli endocannabinoidi (quelli prodotti dal nostro organismo) e interagiscono con i recettori cannabinoidi per ottenere effetti opposti a quelli dati dall'adrenalina.

Ora, tra gli effetti che sono stati citati nel servizio, ce n'è uno che non è assolutamente corretto, ovvero quello per cui i giovani lo utilizzerebbero per dimagrire. Un'assurdità, poiché tra gli effetti annoverati della THC è quello della stimolazione dell'appetito (la famosa "fame chimica").

Che la ASL lanci allarmi sull'utilizzo delle droghe da parte dei giovani non c'è da stupirsi, anzi, sarebbe il caso di prendere seri provvedimenti (e mi rivolgo anche a te, genitore, poiché vedo che c'è la tendenza a delegare un pò troppi compiti al Governo e pretendere di non avere responsabilità alcuna), ma che vengano fuori servizi così è ancora peggio!

AGGIORNAMENTO 26/05/2016

Mi hanno fatto notare che per sbaglio ho scritto "classe" quando in realtà avrei dovuto scrivere "genere". Errore dovuto alla fretta, domando perdono.

Parecchio tempo fa, mi diedero da esaminare il seguente articolo di Notizie dal Web nella quale vengono elencati 10 motivi per cui non bisogna bere il latte, scritti in precedenza dalla dr.ssa Julieanna Hever. Oltre al decalogo, si fa accenno ad altre motivazioni che non vengono riportate dalla fonte originale. Alla fine dell'articolo verranno riportate delle considerazioni in merito ai due articoli.

Origini del Decalogo

Il decalogo proposto da NdW è un copia-incolla dal sito Leonardo.it, a sua volta preso e tradotto da questo articolo del blog VegSource, scritto da Julieanna Hever, pubblicato il 20 Novembre 2010 e il 16 Novembre 2010 sul suo sito. A cui, tra l'altro, cambia il contenuto del punto 1 per il sito VegSource, mettendolo al punto 9, poiché sul suo sito riporta un elenco di sostanze che sarebbero presenti nel latte, concludendo con l'analogia (inesistente) tra "globuli bianchi" e "pus" (cosa che omette su VegSource). Una analoga dichiarazione venne trattata già in questo articolo in merito al "pus" nel latte. Infine, sul suo sito, al punto 9 si limita a dare dei sostituti vegetali del latte. Le aggiunte sono le parti precedenti al decalogo, ove si parla del trattamento riservato ai bovini da latte e al triste destino dei loro vitelli. Ci dedicheremo uno spazio dopo il decalogo.

Prima di procedere, spendiamo alcune parole sulla dottoressa Julieanna Hever: laureata in Scienze della Nutrizione all'università di Northridge, California, autrice del libro "The Complete Idiot’s Guide to Gluten-Free Vegan Cooking", ha inoltre collaborato con il dr. T. Colin Campbell (in uno dei punti verrà citato lui e il suo libro) per il programma nutrizionale a base di piante dell'eCornell, convinta sostenitrice della dieta Vegana (e dunque priva di alimenti di origine animale). Conduttrice anche di un proprio talk show dove spiega le basi della corretta alimentazione (vegana) e dell'importanza dell'esercizio fisico, intitolato "What would Julieanna do?", ha inoltre co-prodotto il documentario "To Your Healt". Insomma, una che dovrebbe sapere il fatto suo in merito alla nutrizione. Peccato che non abbia mai pubblicato alcun articolo scientifico, ma si sia limitata solo ed esclusivamente alle guide sulla dieta vegana e alla pubblicazione di qualche considerazione sui benefici della dieta vegana esclusivamente attraverso il sito VegSources, il sito suo personale The Plant-Based Dietitian e il sito VegNews. Dunque, a parte una preparazione universitaria, a suo carico non abbiamo nient'altro.

DECALOGO: I 10 MOTIVI PER SMETTERE DI BERE IL LATTE

Quello che seguiranno saranno i punti su cui la dr.ssa Hever basa la sua idea del perché non dovremmo bere il latte animale (in genere quello di mucca, ma esistono prodotti caseari di origine anche caprina). Per ciascuno faremo un riassunto di quanto riporta ed esporremo le eventuali precisazioni basate sulle ricerche pubblicate dai diversi siti di divulgazione scientifica in merito a certi argomenti. Ci baseremo sul decalogo trovato sul sito News dalla Rete.

1) I prodotti caseari distruggono le ossa

Nell’articolo viene menzionata una ipotesi che sta prendendo sempre più piede, anche per mezzo di evidenze sperimentali, ovvero quella per cui l’assunzione di latte indebolirebbe le ossa e sarebbe inadeguato per la prevenzione dell’osteoporosi, se non addirittura venir imputato come causa principale.

Su questo aspetto, come ho detto, vi sono delle evidenze sperimentali, tra cui la pubblicazione del British Medical Journal (2014) che riporta uno studio eseguito con il metodo delle coorti, per non parlare dell’articolo dell’Havard School of Public Healt.

E’ tuttavia bene precisare che in entrambi gli articoli si parla di alto consumo di latte. Senza contare uno studio in cui viene riportato come risultato l’assenza di evidenze sperimentali (studio pubblicato nel 2011) per cui il latte porterebbe ad acidificazione del sangue, la causa per cui, secondo le dichiarazioni della dr.ssa Hever, porterebbe alla demineralizzazione delle ossa e alla conseguente osteoporosi.

Occorre fare una doverosa precisazione su che cosa sia l’acidosi metabolica: è una condizione patologica nella quale il sangue, che di norma possiede un pH tra i 7.35 e 7.45, assume livelli di pH inferiori. Le cause che portano alla variazione, anche minima, del pH sono molteplici e il corpo umano ha differenti sistemi con la quale riesce a riportare nel minor tempo possibile al riequilibrio del pH, come la respirazione (eliminando la CO2 si abbassano i livelli di ioni carbonato, poiché questo gas riesce a solubilizzarsi in acqua per mezzo della seguente reazione: CO2 + H2O <--> 2H+ + CO3-) e per vie urinarie (eliminando i composti che causano l’acidificazione). Esiste inoltre il sistema tampone naturalmente presente nei fluidi sanguigni che, sebbene siano i più deboli, rimangono i più veloci. Ma quando subentra l’acidosi metabolica questi sistemi non sono più idonei ed è necessario recarsi all’ospedale per tempo (può risultare mortali a livelli di pH 6.8) e i sintomi di questa condizione sono la nausea, vomito, tachipnea (aumento della frequenza respiratoria), ipotensione (la pressione arteriosa scende a valori inferiori ai 100 mmHg, ovvero millimetri di Mercurio) e shock cariogeno. In questa condizione, se il soggetto sopravvive, abbiamo effettivamente una perdita di Calcio dalle ossa ed è bene dunque osservare una terapia affinché possa aiutare il riequilibrio del pH del sangue. Per quanto riguarda, invece, le fluttuazioni di pH per motivi alimentari, i sistemi descritti prima sono più che sufficienti per evitare di incorrere in questa patologia (a patto, ovviamente, di non esagerare).

Sulla natura acidificante del Sodio è bene precisare che non si trovano studi che dimostrano questa azione da parte di questo metallo alcalino. E' tuttavia, se in eccesso, probabile responsabile di Ipertensione, poiché richiama acqua grazie alla sua carica; il Sodio, assieme ad altri elettroliti come Cloro e Potassio, regolano le funzioni osmotiche delle cellule e dell'organismo, occorre tuttavia tenere questi elementi in equilibrio affinché queste funzioni non vengano a meno: uno scarso apporto di Potassio, in concomitanza con un'alta assunzione di Sodio, porterebbe ad Ipertensione. Sono in corso degli studi che, però, assocerebbero l'ipertensione, causata da eccesso di sale (2009) nella dieta, con l'osteoporosi: ciò deriverebbe dal fatto che l'eccesso di Sodio ostacola il riassorbimento, a livello di Reni, del Calcio, portando dunque alla condizione di ipocalcemia (riduzione del Calcio a livello ematico) nel lungo periodo; in questa condizione, dalle ghiandole paratiroidi viene rilasciato un ormone, il Paratormone, che, a livello di ossa, coordina il rilascio del Calcio nel sangue, mentre, a livello di Intestino e Reni, coordina l'incremento di assorbimento e riassorbimento. Come vedremo nel secondo punto, noteremo una discrepanza in merito al suggerimento di utilizzare latte di origine vegetale al posto di quello bovino su questa faccenda.

Riguardo invece alle proteine, sono ancora in corso d’opera studi per capire esattamente come agirebbero nel corso della decalcificazione ossea e nell’osteoporosi (la faccenda rimane ancora controversa). Studi come questo (eseguito anch’esso con il metodo delle coorti, nel 2015), però, sottolineano come l’origine animale delle proteine non avrebbe un ruolo realmente determinante. E, addirittura, degli studi come questo del 2013, dove viene messa in correlazione la bassa assunzione di latte e l'incidenza di osteoporosi e ipertensione. Si può inoltre speculare sulla presenza di aminoacidi solforati che possono rilasciare solfato dal loro metabolismo e reagire con l'acqua per dare Acido Solforico che acidificherebbe il sangue e priverebbe le ossa del calcio, ma nel 2009 uno studio del JBMR (Journal of Bone and Mineral Research) avrebbe mostrato (sempre tramite la meta-analisi) che non esiste una reale connessione tra la Calciuria e l'Escrezione Acida Netta aumentate. E News dal Web non ha pensato di cercarli ed eventualmente riportarli.

Quando si tratta di proteine, infatti, l'organismo non fa distinzioni: tutte le proteine sono costituite da aminoacidi legati per mezzo di un legame, detto peptidico, e gli enzimi coinvolti nella loro digestione, delle proteasi, si occupano della rottura di questo legame nel mezzo acido dello stomaco. Ma è bene ricordare che l'eccesso di tutto può sempre portare a problemi (anche la stessa acqua può portare a casi come l'iponatriemia, soprattutto se demineralizzata).

2) Ci sono eccellenti fonti vegetali di calcio che non provocano acidosi metabolica

Che tra i vegetali vi siano delle fonti di calcio non è cosa nuova. Occorre però sottolineare un paio di punti, di cui uno in forte contraddizione con quanto affermato nel punto 1) dell'articolo: la dr.ssa Hever, in questo, evidenzia come i latti vegetali siano più ricchi di Calcio, ma nel punto primo ha accennato al potere acidificante del Sodio. E ciò è alquanto strano, considerando che il latte di soia contiene più sodio (non di molto) rispetto al latte UHT intero, praticamente la stessa quantità a parità di peso (è tuttavia da precisare che per i liquidi il peso può non essere lo stesso a parità di volume). E se davvero il sodio acidificasse il sangue, quantomeno la dr.ssa Hever avrebbe dovuto sconsigliare l'uso di questo latte. Invece lo consiglia a colazione.

Osservando poi le dichiarazioni, vediamo in questa tabella i valori nutrizionali alla voce "Calcio" e osserviamo le effettive differenze (mancano i semi di sesamo, di cui riportiamo qua i suoi valori nutrizionali): sul questo confronto (sempre tenendo in considerazione che si tratta di valori in rapporto su 100 grammi di alimento) i semi di sesamo sarebbero i favoriti, mentre i vari latti vegetali, ad esclusione di quello di Soia, contengono meno Calcio rispetto ai vari latti animali presi in esame.

Occorre però sottolineare che negli organismi vegetali la presenza di fibre riduce l'assunzione di Calcio e che sono presenti delle sostante, come l'acido fitico e le fitochelatine, che ostacolano il loro assorbimento. Ovviamente non legano esclusivamente il Calcio, ma queste possono andare a legare anche altri minerali che sono necessari al nostro organismo, come il Ferro, ed è perciò bene tenere una dieta molto variegata ed equilibrata. Anche perché gli elementi vegetali, chi più e chi meno, contengono anche un'altra sostanza, l'acido ossalico, che lega con il Calcio nell'Ossalato di Calcio, rendendolo non più biodisponibile e, anzi, il suo accumulo può portare a problematiche come i calcoli renali. Ed è stano che la dr.ssa Hever ometta questi elementi, almeno per mettere in guardia chi soffre già di questi disturbi.

3) Il fattore in assoluto più importante per la salute delle ossa è il movimento.

Su questo punto possiamo trovarci d'accordo. L'attività fisica, anche se moderata, può aumentare la resistenza ossea. E' bene sottolineare che, in base al tipo di esercizio, le ossa che traggono più giovamento sono le ossa "sotto carico", ovvero le ossa che in quel determinato momento sono sotto sforzo. Durante una passeggiata o il jogging le ossa sotto carico sono prevalentemente quelle dei piedi e delle gambe, mentre nel nuoto il carico viene distribuito anche alle braccia. Esistono inoltre esercizi specifici per chi ha già l'osteoporosi, ma è bene chiedere maggiori informazioni dal vostro medico di fiducia o dal fisiatra.

4) La caseina – la principale proteina del latte – provoca dipendenza psicologica.

Tale affermazione deriverebbe dalla teoria che, per degrado della Caseina, il composto derivato, chiamato Caseomorfina (il sospettato principale sarebbe la Beta-Caseomorfina 7, o BCM7), avrebbe effetti oppioidi sull'organismo.

Tutti i chiarimenti del caso li ritroviamo sul comunicato della EFSA (European Food Safety Authority) che dichiara (nel 2009) che non esisteva una reale correlazione tra le BCMs e i problemi dovuti alla sua introduzione alimentare. Nello stesso comunicato vi è allegato il pdf liberamente accessibile con la relazione: a metà della pagina 3 presenta la sua conclusione in merito, invece, alla ipotesi di dipendenza derivato da tale composto:

Animal data clearly indicate that BCMs, including BCM7, can act as opioid receptor agonists, probably acting via μ-type opioid receptors. However, in most if not all animal studies to date, in vivo opioid effects for BCM7 and related milk-derived peptides have only been observed following intra-peritoneal (i.p.) or intra-cerebro-ventricular (i.c.v.) administration. In comparison to medicinal and endogenous opioids, bovine BCM7 does not seem to be a very potent opioid ligand.

Continua fino a pagina 4. Per fare chiarezza, un'agonista, in biochimica, è un composto che compete con un altro nell'azione di legare alla proteina recettore. In soldoni, immaginate due corridori che competono per lo stesso traguardo. Chiunque arrivasse per primo stimolerebbe in ogni caso la stessa catena di reazioni, ma potrebbe differire nell'intensità del messaggio (pur non privando l'avvio delle reazioni che da esso ne consegue, altrimenti parleremo di un "antagonista"). Nella stessa relazione, viene specificato che degli effetti in vivo (e non in vitro, dunque su esemplari reali e non in una coltura cellulare) gli effetti oppioidi si hanno attraverso iniezione, escludendo dunque tutte le vie digestive che dall'intestino arrivano alle parti interessate (alcune regioni del cervello), un lungo tragitto nella quale il peptide nel frattempo andrebbe a ridursi di concentrazione.

Questa relazione si basa su studi condotti fino al 2009, mentre la dr.ssa Hever pubblica il suo decalogo l'anno dopo, in assenza di prove a sostegno di questa tesi.

5) La caseina è un potente cancerogeno.

Questa affermazione si basa sul lavoro svolto dal collega Campbell nel suo libro, il più discusso negli ultimi anni, "The China Study" (Progetto Cina in italiano) nella quale proverebbe la natura cancerogena di questo composto tipico del latte. Prima un pò di semantica: per cancerogeno viene inteso qualunque agente (chimico, fisico o biologico) in grado di provocare un tumore o promuoverne l'insorgenza e la proliferazione. In pratica, come può essere la causa, può esserne semplicemente il promotore (in breve: può scatenare le reazioni tumorali in una cellula che non è propensa, oppure è in grado di favorire l'insorgenza in cellule che sono predisposte). Campbell riportò uno studio dove due gruppi di topi, a cui aveva provocato volontariamente dei tumori, vennero divisi per regime alimentare: ad uno venne dato una dieta con il 20% in peso di caseina, al secondo una dieta con il 5% di caseina. Le osservazioni mostrarono che i topi con la dieta avente il 20% di caseina avevano tumori più grandi rispetto a quelli con il 5% di caseina. Campbell ripeté lo stesso procedimento dando però proteine originate dalla Soia, senza riscontrare alcuna differenza significativa. Da questo dedusse di aver scoperto il più potente agente cancerogeno mai scoperto.

Queste osservazioni sono datate anno 1982 e vengono volutamente ignorate le sperimentazioni che sono seguite (di cui una del 1989, nella quale partecipò anche lui) dove una proteina del grano avrebbe gli stessi effetti della caseina (sempre secondo lui), purché sia presente la Lisina come supplemento (limitante per la proteina, ovvero che senza l'organismo non sintetizza la proteina che la contiene; è essenziale al nostro organismo e poiché non siamo in grado di produrla la dobbiamo integrare nella dieta e Campbell sostiene che tutte le sostanze, e dunque anche la Lisina, le possiamo trovare negli alimenti di origine vegetale). Campbell continuò a portare avanti le sue idee, pensando bene di ignorare anche studi molto più recenti (anno 2007) dove viene dimostrato il ruolo delle proteine del latte come agenti anti tumorali (o che quantomeno prevengono l'insorgenza o la formazione di tumori), tra cui le "Proteine Whey" (le proteine del siero del latte, studio condotto nel 1991) che, per giunta, in uno studio pubblicato il 14 Settembre del 2015 avrebbero dimostrato proprietà anti-osteoporosi in esemplari femmina di topi (a cui, però, sottolineiamo la variante dell'ovariectomia), in totale opposizione alla teoria riportata al punto 1) dalla dr.ssa Hever e News dal Web (anche se non avevano modo di predire il futuro, in quanto il loro articolo è stato pubblicato molto prima). Il che porta questo studio, più che al livello di "mega-bufala", come la definì il Wired, al livello più consono di "opera speculativa" in favore delle "ideologie sulla superiorità della dieta vegana". La stessa AIRC se ne discosta apertamente. Per maggiori approfondimenti vi reindirizziamo all'articolo del sito "Italia Unita Per La Scienza".

6) I prodotti caseari producono alti livelli di grassi saturi e colesterolo, note cause l’aterosclerosi.

Quando si parla di acidi grassi e colesterolo si pensa subito a disturbi cardiovascolari. E non è una cosa nuova per le persone che abitano nei paesi industrializzati: difatti, questa "lotta senza quartiere" contro i grassi e il colesterolo dura da circa quarant'anni (anche di più), tra pubblicità di prodotti poveri di grassi e colesterolo, se non privi di entrambe o prevalentemente del secondo ("No al colesterolo, si a..."). Ma qualcuno sa cosa sono realmente? Faremo un excursus prima di procedere.

Gli acidi grassi (in generale) sono catene molecolari costituite prevalentemente da Carbonio (che, "in fila", costituiscono lo scheletro della molecola): ad una estremità troviamo un Carbonio che lega a 3 atomi di Idrogeno, mentre dall'altra un Carbonio che lega un atomo di Ossigeno e una molecola idrossile (-OH). Il precursore di questa molecola è l'Acetil-CoA (un acetile legato al Coenzima A) e questo funge da mattonella per la sintesi degli acidi grassi. Quando la cellula non ha bisogno di produrre energia in grande richiesta (dopo i pasti e senza fare esercizio o anche solo un moto moderato come potrebbe essere una passeggiata), solitamente le molecole di Glucosio vanno a formare il Glicogeno, macromolecola di riserva, ma può capitare che alcune di queste molecole, convertite nel frattempo in Piruvato nella Glicolisi, entrino comunque nel Mitocondrio e vengano convertite in Acetil-CoA; questo verrà trasportato fuori dal Mitocondrio e verrà assemblato nelle catene di acidi grassi.

Qua schematizzata, ed in estrema sintesi, quello che avviene all'interno della cellula durante la respirazione, con fine ultimo l'ottenimento della molecola energetica ATP (Adenosin Tri-Fosfato). Nel processo, dal Glucosio si ottiene una molecola, il Piruvato, che entrerà nel Mitocondrio e verrà convertito ad Acetil-CoA e poi parteciperà alle reazioni di ossido-riduzione per ottenere ATP. Quando, però, abbiamo sufficiente ATP, la cellula blocca la respirazione a monte, immagazzinando il Glucosio avanzato in Glicogeno, mentre il Piruvato rimasto verrà convertito in Acetil-CoA e questo andrà a formare gli acidi grassi. Nel fegato, invece, in presenza di alti livelli di Glucosio, non blocca completamente la Glicolisi e la fa procedere per la sintesi di Acidi Grassi.
Qua schematizzata, ed in estrema sintesi, quello che avviene all'interno della cellula durante la respirazione, con fine ultimo l'ottenimento della molecola energetica ATP (Adenosin Tri-Fosfato). Nel processo, dal Glucosio si ottiene una molecola, il Piruvato, che entrerà nel Mitocondrio e verrà convertito ad Acetil-CoA e poi parteciperà alle reazioni di ossido-riduzione per ottenere ATP. Quando, però, abbiamo sufficiente ATP, la cellula blocca la respirazione a monte, immagazzinando il Glucosio avanzato in Glicogeno, mentre il Piruvato rimasto verrà convertito in Acetil-CoA e questo andrà a formare gli acidi grassi. Nel fegato, invece, in presenza di alti livelli di Glucosio, non blocca completamente la Glicolisi e la fa procedere per la sintesi di Acidi Grassi.

Si distinguono in Saturi, dove tutti gli atomi di Carbonio all'interno della catena sono legati con altri due atomi adiacenti tramite legame singolo (C-C), in Monoinsaturi, dove abbiamo un legame doppio tra due atomi di Carbonio (C=C) e Polinsaturi dove abbiamo più di un doppio legame presente nella catena (-C=C-C-C=C-...). Nell'immagine, 3 acidi grassi con 18C e, per gli insaturi, in configurazione Cis (dove si hanno piegamenti della catena dovuto alle forze di repulsione degli atomi di Idrogeno, H, che sono disposti nella stessa parte della catena) e questi ultimi sono quelli considerati "utili" o "salubri", al contrario degli acidi grassi in configurazione Trans (in pratica, gli atomi di H dei due Carboni impegnati nel doppio legame tra di loro sono disposti uno al lato opposto dell'altro rispetto alla catena), dove il ripiegamento non c'è.

Qua in immagine tre acidi grassi aventi 18 atomi di carbonio: l'acido grasso saturo Acido Stearico, 18:0, l'acido grasso insaturo Acido Oleico, 18:1, e l'acido grasso polinsaturo Acido Linoleico, 18:2. Esistono altri aventi lo stesso numero di carboni e doppi legami, ma per semplificarci la vita ce li risparmieremo. Tra l'altro, questi sono con conformazione Cis, poiché gli atomi di Idrogeno legati agli atomi di Carbonio impegnati in un doppio legame sono rivolti verso la stessa direzione. Se fossero disposti uno da una parte e uno dall'altra, in configurazione Trans, avremmo altrimenti, rispettivamente, l'Acido Elaidinico e l'Acido Rumenico (cis-9, trans-11).
Qua in immagine tre acidi grassi aventi 18 atomi di carbonio: l'acido grasso saturo Acido Stearico, 18:0, l'acido grasso insaturo Acido Oleico, 18:1, e l'acido grasso polinsaturo Acido Linoleico, 18:2. Esistono altri aventi lo stesso numero di carboni e doppi legami, ma per semplificarci la vita ce li risparmieremo. Tra l'altro, questi sono con conformazione Cis, poiché gli atomi di Idrogeno legati agli atomi di Carbonio impegnati in un doppio legame sono rivolti verso la stessa direzione. Se fossero disposti uno da una parte e uno dall'altra, in configurazione Trans, avremmo altrimenti, rispettivamente, l'Acido Elaidinico e l'Acido Rumenico (cis-9, trans-11).

Il Colesterolo, invece, è un composto della famiglia degli Steroli, costituito da 4 anelli condensati. Tale composto lo possiamo sintetizzare in tutte le cellule, ma il ruolo è affidato preferenzialmente alle cellule epatiche (del Fegato). Vi risparmio la sintesi, la potete leggere qua in caso. Il ruolo nell'organismo è quello di essere precursore di alcuni composto utili (alcuni ormoni steroidei come il Testosterone), ma partecipa anche a livello di membrana cellulare e le mantiene fluide, cosa importante per qualsiasi cellula. In genere, il Colesterolo esogeno (proveniente dalla dieta) viene subito usato dal fegato per la sintesi di composti come gli Acidi Biliari importanti poiché, escreti nella Bile nel Duodeno, hanno il compito di rendere solubili acidi grassi e vitamine liposolubili che poi passeranno nell'intestino Tenue, dove verranno assorbiti.

I grassi che provengono dalla dieta vengono captate da particolari strutture natanti nel sangue, i Chilomicroni, a livello di intestino tenue e posti al loro interno sotto forma di Trigliceridi. Questi Chilomicroni fanno parte di una famiglia di strutture chiamate Lipoproteine, costituite da componenti dal comportamento detto "anfipatico" (sembra quasi dire "antipatico", ma significa che ad una estremità delle molecole non abbiamo alcuna carica e pertanto ha comportamento idrofobico, mentre dall'altra abbiamo atomi carichi e presenta un comportamento idrofilo; per forza di cose, l'ultima parte è rivolta verso l'esterno, nell'ambiente plasmatico, e la prima verso l'interno, in ambiente idrofobico, poiché costituito da colesterolo e acidi grassi). Sono abbondanti soprattutto dopo i pasti e hanno come ruolo il trasferimento dei Trigliceridi assunti con la dieta dalla zona di captazione, l'intestino Tenue, alle cellule che lo richiedono. Via via diminuisce la concentrazione di Trigliceridi, mentre quella di Colesterolo (esogeno) rimane quasi invariata e ciò che rimane del Chilomicrone viene captato dal Fegato, dove utilizzerà questo Colesterolo per la sintesi degli Acidi Biliari, mentre, per gli altri tessuti richiedenti, solitamente ne sintetizza di nuovo (Colesterolo endogeno) che poi invia attraverso altre Lipoproteine di cui parleremo in seguito. Tuttavia, se l'assunzione di Colesterolo esogeno supera le quantità richieste (alcuni testi parlano di richiesta giornaliera di 300 mg, milligrammi, mentre in altri varia da 300 a 600 mg), il Fegato non ne sintetizza altro: esistono infatti dei meccanismi di controllo che fanno si che le cellule epatiche non producano più Colesterolo del necessario (pagina 7 lo schema), poiché il Colesterolo attiva, a determinate concentrazioni intracellulari, un meccanismo di inibizione di un enzima che sintetizza Mevalonato, il precursore del Colesterolo. In genere, quello in eccesso, viene esterificato e conservato.

Ovviamente, data la natura idrofobica di questi due composti, il Fegato ricorre a 3 strutture particolari per far si che possa viaggiare nel sangue. Principalmente ricorre ad altre 3 Lipoproteine, chiamate VLDL (Very Low Density Lipoprotein), LDL (Low Density Lipoprotein) e HDL (High Density Lipoprotein). Si differenziano inoltre per la presenza di diverse particolari proteine a livello della membrana che avvolge i Trigliceridi e il Colesterolo, le Apoproteine, ma su questo elemento ci sorvoleremo:

  • VLDL: sono le più grandi, ma di dimensioni inferiori ai Chilomicroni; vengono secrete dal fegato per il trasporto di Trigliceridi (in prevalenza) e Colesterolo (in quantità minoritaria).
  • LDL: derivano dal metabolismo delle VLDL, sono più piccole (nel frattempo, le VLDL hanno rilasciato prevalentemente Trigliceridi) e trasportano preferenzialmente Colesterolo; quando una cellula ha bisogno di Colesterolo, espone un recettore a livello di membrana esterna e, una volta captate, vengono inglobate tramite fagocitosi nella cellula.
  • HDL: sono le più piccole, trasportano prevalentemente Colesterolo; hanno il compito di raccoglierlo dove è più abbondante e poi trasferirlo o ad altre Lipoproteine, oppure lo porta direttamente al Fegato dove verrà immagazzinato, convertito ad Acidi Biliari, oppure alle cellule Steroidogeniche (come le Cellule di Leydig) per l'attività di sintesi di ormoni steroidei derivato dal Colesterolo.

Ora che abbiamo una base di biochimica, possiamo entrare nel dettaglio: negli ultimi anni la causa principale dei disturbi cardiovascolari sono imputati al Colesterolo LDL, definito "Colesterolo cattivo". Difatti, un aumento di quest'ultimo (il rapporto tra LDL e HDL non deve essere superiore a 3) può portare a Ipercolesterolemia, una delle cause che può portare alla Aterosclerosi. Se il contenuto intracellulare di Colesterolo nelle cellule epatiche è sufficiente, oltre ad inibire la sintesi, inibirebbe pure il riassorbimento delle LDL, che continuerebbero a circolare. Ma la faccenda è anche più complessa di così.

Insomma, si potrebbe dare ragione, se non fosse che il British Medical Journal pubblicò un articolo, nel 2013, dove dichiarano che i Grassi Saturi non sarebbero il problema principale (articolo parafrasato in questo). Delle LDL esistono due sottoclassi, il Tipo A e il Tipo B, che si differenziano per dimensioni e per contenuto in Colesterolo, e non solo. Il BMJ sottolinea come sia il Tipo B il principale responsabile, soprattutto perché derivante da una dieta povera di grassi saturi, ma ricca di carboidrati. In un articolo uscito sul Times del 2014 (qua il formato on-line) racconta inoltre la storia di come l'industria alimentare è passata alla produzione di alimenti poveri o privi di grassi saturi e colesterolo, sostituendoli con Carboidrati (amido e zuccheri raffinati), e il fallimento di tale operazione, in quanto gli abitanti degli Stati Uniti, dal 1977 al 2012, pur riducendo il consumo di alimenti (uova ridotte del 9%, carni del 32% e latte del 72%) e sostituendo altri con i formati Light abbiano invece incrementato il numero delle malattie (tra cui una maggiore insorgenza del diabete Tipo 2).

Tornando al 2013, il dr. Malhotra venne intervistato dalla BBC per spiegare il perché gli Acidi Grassi Saturi non sono poi così pericolosi come si pensava, sottolineando come tra gli LDL i più rischiosi siano quelli di Tipo B, derivati da una sovrabbondanza di Carboidrati nella dieta (presumibilmente perché, come visto nello schema a pagina 7, l'Insulina, rilasciata in presenza di glucosio o zuccheri complessi, stimola l'attività enzimatica che porta al precursore del Colesterolo, il Mevalonato). Ma è ancora troppo presto per dare una risposta definitiva. Non a caso, la "Controversia degli Acidi Grassi Saturi e le malattie cardiovascolari" è tutt'oggi piuttosto accesa e bisogna procedere con cautela, poiché vengono messe in evidenza diverse variabili (sesso, età, dieta, stile di vita, fumo, alcol...). E' tuttavia da ricordare che l'Aterosclerosi può essere provocato anche da Ipertensione (e si ritorna al punto 1).

Proviamo un attimo a confrontare i vari prodotti caseari, tanto per farci un'idea di quanti acidi grassi e colesterolo contengono (tabella con i vari latti e derivati tra i più consumati): ricordando che tutti i valori sono indicativi per 100 grammi di prodotto e che queste osservazioni sono puramente a scopo informativo, possiamo constatare che il burro è in cima a tutti, mentre il latte scremato è il fanalino di coda. Occorre però ricordare che negli alimenti, per certo, non si usano 100 grammi di burro: per un piatto di pasta (peso medio per porzione: 100 g), si usano spesso tra gli 8 e i 10 grammi, il che porta ad una riduzione consistente del quantitativo di grassi e colesterolo (quest'ultimo nell'ordine dei milligrammi) assunti nel pasto; così come anche a colazione, se ne usa spesso e volentieri 5 grammi o meno da spalmare sulle fette biscottate con la marmellata. Con una rapida proporzione, per assumere 300 mg circa di colesterolo occorrerebbe consumare almeno 140 grammi di burro (se in 100 g abbiamo 0.215 g di colesterolo, in X g di burro abbiamo 0.3 g di colesterolo: 100:0.215=X:0.3  --> 100*0.3/0.215 = circa 140 g). Ciò non vuol dire, però, che possiamo consumarne 50 o poco più per poi assumere esageratamente altri alimenti contenenti Colesterolo. Ricordiamo, infatti, che gli acidi grassi trans possono incrementare la Colesterolemia (e il burro ha un lieve contenuto di acidi trans, intorno ai 3.278 g in 100 g) e pertanto, in ogni caso, dobbiamo assumerlo con moderazione e cognizione di causa (soprattutto se abbiamo una vita sedentaria). Consultate in ogni caso il vostro medico di fiducia o un dietologo.

7) Anche la vitamina D ha un importante ruolo nella salute delle ossa.

Nel decalogo, a questo punto troviamo l'importanza della Vitamina D e del ruolo fondamentale per la fisiologia, dando come consiglio l'esposizione ai raggi solari senza filtri, almeno per un'ora, o, se la carenza persiste, di ricorrere ad integratori.

Per quanto assurdo possa sembrare, una buona fetta della Vitamina D circolante nel nostro organismo deriva proprio dall'irraggiamento solare! Occorre però fare una precisazione in merito (sarò breve, promesso): quando si parla di Vitamina D, in realtà, si fa riferimento ad una famiglia di composti, denominati Vitamina D1, D2, D3, D4, D5. Tra queste, le più importanti sono la D2 e la D3, rispettivamente l'Ergocalciferolo e il Colecalciferolo, la prima presente nelle piante, mentre la seconda negli animali (uomo incluso). Concentrandoci sul Colecalciferolo, esso ha come precursore il 7-deidrocolesterolo, ad opera dell'enzima 7-deidrocolesterolo reduttasi, che riduce il Colesterolo; questo composto, per effetto dei raggi UVB (tra i 315 e i 280 nm, nanometri), diventa la Vitamina D3 (tutto questo a livello di pelle). Tuttavia, il vero effetto lo produce un suo ulteriore derivato, ovvero il Calcitriolo: quest'ultimo ha gli effetti desiderati (aumento dell'assorbimento di Calcio nell'intestino, riassorbimento di Calcio dai Reni e inibisce il rilascio dell'ormone Calcitonina, ormone contrapposto al Paratormone e che inibisce l'assorbimento di Calcio a livello intestinale, il riassorbimento di Calcio a livello di Reni, ma incrementa il deposito di Calcio nelle ossa, perché questo ormone impedisce l'insorgenza di Ipercalcemia).

Per la misura della Vitamina D che deve essere presente, in farmacologia viene usato l'UI (Unità Internazionale) e corrisponde, per la Vitamina D, a 0,025 μg (microgrammi), equivalente a 25 ng (nanogrammi). La quantità necessaria di Vitamina D varia dal sesso e dall'età (in una persona sana le concentrazioni sieriche, e dunque nel sangue, si aggirano tra i 25ng/ml e i 40ng/ml), nonché dallo stato fisico (es: le donne in gravidanza hanno bisogno di più Vitamina D del normale, poiché la Vitamina D aiuta nello sviluppo delle ossa del feto: la madre rilascia il Calcio a livello ematico che poi raggiungerà il futuro nascituro) e, strano a dirsi, dalle latitudini in cui ci si trova. Questo perché, benché tutti gli esseri umani siano in grado di produrre Vitamina D, in base ai cambiamenti stagionali questa produzione può aumentare come diminuire: in Italia, tra Primavera ed Estate (tra Aprile e Settembre), con l'aumento delle temperature e l'incremento delle ore di luce, le persone riescono a stare più scoperte e ad ottenere quantità adeguate di Vitamina D, ma in Autunno ed Inverno (tra Ottobre e Marzo), le persone si vedono costrette a coprirsi il più possibile per il freddo dovuto anche alla diminuzione delle ore di luce a disposizione. Ciò è soprattutto di fondamentale importanza per le donne in gravidanza, che sono più a rischio di Ipovitaminosi durante quest'ultimo periodo. Occorre comunque stare attenti a non assumerne troppa (attraverso integratori), poiché si può incorrere in Ipercalcemia da Ipervitaminosi D.

Vi lascio qua le "Linee Guida alla prevenzione e trattamento dell'ipovitaminosi D con colecalciferolo" della SIOMMMS.

8) Noi siamo l’unica specie che beve le secrezioni della lattazione di un’altra specie NONCHE’ l’unica specie che continua a bere latte dopo lo svezzamento.

Vero e, in tutta onestà, non mi sognerei di rispondere ad una affermazione del genere mostrando l'ennesimo video su YouTube dove il gattino beve il latte dalla ciotola, oppure mentre l'allevatore lo sta mungendo. Così come le foto dove la tigre allatta i maialini. Purtroppo queste ed altre "testimonianze" sono il risultato di un ambiente con modifiche antropiche e che dunque non rispecchiano un reale comportamento in natura.

Eppure, come avrò modo di continuare con il Punto 10 (perché per rispondere a questa affermazione occorre riallacciarsi per forza a questo punto), questo ha permesso la sopravvivenza delle popolazioni umane in ambienti rigidi.

Ah, in ogni caso, non date il latte vaccino al vostro animale domestico (per le stesse ragioni che andremmo a trattare nel punto 10).

9) Oltre ad essere in sé poco salutari e a favorire malattie, i prodotti caseari sono pieni di pesticidi, antibiotici, ormoni (anche se provenienti da allevamento biologico), steroidi, metalli pesanti e altre tossine somministrate ai bovini per aumentare la produzione di latte.

Esiste una normativa ben specifica per il controllo del latte, il D.P.R. 54/97 (Decreto del Presidente della Repubblica). All'articolo 3, comma 1, lettera c, recita: "Il latte crudo può essere destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte o di latte alimentare trattato termicamente soltanto a condizione che non superi, relativamente ai residui derivanti dalle sostanze di cui all'art 13, comma 4, i livelli di tolleranza ammessi."

All'articolo 13, comma 4, elenca la natura di queste sostanze:

  • a) di sostanze ad azione farmacologica;
  • b) di sostanze ad azione ormonica;
  • c) di sostanze ad azione antibiotica e chemioterapica;
  • d) di sostanze ad azione antiparassitaria;
  • e) di sostanze detergenti e di altre sostanze nocive tali da alterare le caratteristiche organolettiche del latte o dei prodotti a base di latte o da renderne comunque pericoloso, se non nocivo, il consumo.

Per ciascuna di queste sostanze esiste un Limite Massimo Residuale (LMR), in inglese MRL (Maximum Residue Limit), per la quale, se avesse anche un solo valore di poco al di sopra di quelli stabiliti, il latte o derivato non può essere messo in commercio. Questi limiti sono aggiornabili in base alle ultime analisi in merito alla natura del composto (reattività nell'organismo, deposito...), ma possiamo vedere alcuni esempi dei limiti massimi concessi dall'Unione Europea per:

Sugli ormoni occorre fare una parentesi a parte, ma prima esaminiamo questi 3 composti. I pesticidi che possono trovarsi nel latte derivano dal loro utilizzo in agricoltura per il foraggio. Sono gli stessi utilizzati anche per l'agricoltura direttamente destinata all'uomo. Per gli antibiotici è bene sottolineare che non devono essere presenti al di sopra di determinate condizioni, poiché andrebbero a ridurre gli stessi fermenti lattici con il quale poi si può fare il formaggio; esistono inoltre normative severe (pag. 6 e 7) riguardo all'origine del latte destinato al consumo umano, il quale deve rispecchiare anche le condizioni di salute dell'animale stesso; altre varianti sono anche le vie con le quali vengono somministrati gli antibiotici e le loro caratteristiche chimico-fisiche ("Passaggio dei farmaci nel latte"). I Metalli Pesanti, invece, non vengono aggiunti volontariamente: essi derivano dall'inquinamento delle industrie e/o dall'ambiente urbano nei pressi degli stabilimenti agricoli (in particolar modo se fuori norma) e non vengono somministrati volontariamente per far produrre più latte all'animale o per qualunque altro scopo (anzi, il primo a risentire degli effetti tossici sarebbe proprio la mucca).

Gli ormoni, invece, per la stragrande maggioranza dei casi, non vengono usati. Anzi, quelli sotto accusa, in Europa, sono vietati, stando a quanto dichiara la FIMMG proprio in merito ai danni legati al consumo di latte e prodotti caseari. Purtroppo esistono casi in cui allevatori fraudolenti riescono ad entrarne in possesso ed a somministrarli alle mucche, ma proprio per questo esistono controlli severi per la qualità del latte alla quale partecipa anche la NAS: casi come quello del 31 Ottobre 2014 sottolineano come, purtroppo, esistano casi in cui alle mucche vengono somministrate sostanze illegali, come anche quello del 17 Marzo 2015, dove viene anche sottolineato il ritiro del latte prodotto.

Gli Steroidi, invece, sono una classe di composti derivati dall'ossidazione degli Steroli, di cui alcuni composti sono effettivamente ormoni. E' probabile che per "Steroidi" vengano intesi gli anabolizzanti che spesso si sentono (o si sentivano) anche nei Tg e che vengono usati dagli sportivi per incrementare le loro prestazioni (illegalmente). In ogni caso, sono vietati anche quelli (almeno nei paesi della EU, per il resto del mondo non mi posso esprimere).

10) Il 70% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio.

L'ultimo punto fa leva sull'intolleranza per il Lattosio, lo zucchero contenuto nel latte (costituito da una molecola di Glucosio e una di Galattosio legati). Ciò è dovuto alla mancanza dell'enzima Lattasi che provocherebbe dolori gastrointestinali e, stando a questo punto, i medici e i dietisti (secondo la dr.ssa Hever) spingerebbero all'uso dell'enzima Lattasi (come integratore e, si, esistono integratori di Lattasi) e all'uso di farmaci che alleviano i disturbi (a dire il vero non esisterebbero, anche se alcuni consigliano l'integrazione di Probiotici).

La Lattasi è un enzima che risiede a livello intestinale, normalmente codificato nel nostro DNA ed espresso principalmente alla nascita. Con l'avanzare dell'età, questo enzima tende a diminuire fino a scomparire quasi del tutto (Ipolattasia). Ciò comporta all'impossibilità di idrolizzare (scindere, in questo caso, il Lattosio in Glucosio e Galattosio attraverso idrolisi) il Lattosio che, continuando a permanere nell'intestino, richiama acqua per effetto osmotico (con conseguenti episodi diarroici) e, attraverso la sua fermentazione da parte della flora batterica, provoca meteorismo. Dati alla mano, lo schema riportato su Wikipedia ci dà una idea della distribuzione dell'Intolleranza al Lattosio, evidenziando come, effettivamente, una buona fetta di popolazione mondiale sia affetta da Ipolattasia.

Effettivamente ci sono i presupposti per considerare il latte non idoneo per il suo consumo per via della Ipolattasia. Oppure no?

Dobbiamo andare indietro nel tempo, nell'Europa di circa 10.000 anni fa (all'incirca intorno all' 8.000 a.C.): con la fine dell'ultima grande Glaciazione, da noi conosciuta con il nome alpino Würm, terminata (circa) 2000 anni prima, le popolazioni umane hanno incominciato a stanziarsi nelle regioni in cui sono arrivati. L'essere umano iniziò dunque a fondare i primi centri abitati, a cui seguiva di conseguenza una richiesta costante di alimenti. Difatti, nel nomadismo l'essere umano era cacciatore e raccoglitore e, benché la caccia potesse sostenere per brevi periodi la popolazione, non sempre andava a buon fine e raccogliere soltanto la frutta e la verdura allo stato selvatico non garantiva la disponibilità di alimenti per una popolazione sempre più in crescita nello stesso luogo (spostandosi, infatti, trovavano sempre nuove risorse, ma rimanendo sul posto le terminavano e dovevano attendere il loro rinnovo). L'uomo, dunque, nella necessità, scoprì che si poteva fare uso dei semi che spesso non venivano mangiati per poter garantire una maggiore produzione di alimenti. Fu la prima rivoluzione agricola, denominata anche Rivoluzione Neolitica e, secondo alcuni autori, avrebbe avuto luogo proprio nella Mezzaluna Fertile. Con l'agricoltura, inizia anche l'allevamento di capre e, successivamente, anche di mucche e maiali, principalmente per l'ottenimento delle carni e di pellame e, a breve distanza, anche del latte (tranne che dal maiale!). Nel mentre, altri gruppi hanno incominciato a colonizzare l'Europa e il Nord Europa, raggiungendo anche la Scandinavia e le isole Britanniche, poiché la calotta polare si ritirò da quelle terre, lasciando, letteralmente, campo libero per l'entrata in scena dell'essere umano. Questi gruppi portarono con sé la cultura dell'agricoltura e dell'allevamento, riuscendo a formare piccoli stanziamenti che via via andavano a colonizzare queste terre di nuovo accessibili.

Dario Bressanini, nel suo articolo per Le Scienze Blog, fa riferimento a come l'allevamento per l'utilizzo del latte fosse ormai presente in Europa e in Anatolia, nei Balcani e in Grecia, intorno al 6400 a.C. (Bressanini usa la dicitura inglese BC, Before Christ). Tuttavia, sottolinea come il latte venisse usato si a scopo alimentare, ma per la produzione, iniziale, di Yogurt e Formaggio, alimenti dal minor contenuto di Lattosio e di più facile trasporto e conservazione. Insomma, circa 10.000 anni fa è avvenuta la mutazione fortuita che consentiva all'essere umano adulto di poter trascrivere il gene della Lattasi anche da adulto e ciò ha permesso l'accesso a una fonte nutrizionale molto importante per la sopravvivenza dell'uomo che ormai aveva iniziato una vita "sedentaria" (mai quanto lo sono alcune persone che vivono oggi nei paesi più industrializzati, ma per certo, rispetto alla vita che conducevano poco prima, era già considerabile come vita sedentaria). Una mutazione analoga avvenne anche in Africa, sempre stando a quanto riporta Bressanini, e, benché diversa da quella avvenuta in Medio Oriente, Balcani ed Europa, produce lo stesso effetto. Tuttavia, questa mutazione era predominante perlopiù tra i centri abitati in cui si conducevano attività di pastorizia e nelle regioni in cui non era possibile utilizzare il latte come alimento ne erano sprovvisti. Il "boom" in Europa arrivò dal Nord, a partire dalle regioni della Scozia e della Scandinavia. Qua le popolazioni erano in un ambiente molto più rigido di quello che possiamo trovare qua in Italia e in altre parti del centro Europa: le ore di luce calano repentinamente durante il periodo invernale, lasciando quasi all'oscuro le regioni Scandinave per mesi. La produzione di Vitamina D è maggiormente compromessa, anche dal fatto che le poche ore di luce in queste regioni non permettono agli abitanti di potersi scoprire quel che basta per poterla produrre e l'agricoltura diventava difficile da effettuare. Pertanto, la natura stessa selezionò chi poteva sopravvivere con il latte, dando svantaggi a chi non poteva nutrirsi di questo alimento. Da allora, la mutazione venne trasmessa di generazione in generazione, garantendo la sopravvivenza dei popoli del nord e arrivando a diffondersi rapidamente anche in Europa (vi consigliamo la visione del grafico della ULC che mostra la diffusione della Lactase persistance dopo "solo" 360 generazioni). Insomma, si può dire invece che il consumo di Latte è una cosa che è diventata naturale per selezione darwiniana.

Eppure, nonostante questo, in regioni come Mongolia, Cina e in gran parte dell'Africa non è così predominante come in Europa e Balcani. Questo perché sono subentrate regioni storico-culturali e anche geografiche: dobbiamo considerare che in Africa non sono molte le zone con buona disponibilità di acqua per poter irrigare campi e avviare allevamenti (anche per l'abbeveraggio del bestiame), inoltre in regioni come quelle del Sud America l'allevamento delle mucche è stato introdotto dopo l'arrivo degli Spagnoli, evento molto più recente. Tuttavia, rimane il fatto che, benché le percentuali diano ragione all'intolleranza al Lattosio, la sua tolleranza nella popolazione cresce anche in queste regioni con l'avvicinarsi delle aziende dedite alla pastorizia.

Latte: inquina ed uccide gli animali.

Giungiamo infine alle aggiunte che troviamo all'inizio, inizialmente proposto dal sito Leonardo.it e in seguito riportato da Notizie dal Web (aggiunta che, tra l'altro, la dr.ssa Hever non dice, quantomeno non nell'articolo che linkano a loro volta). In questa parte si fanno accenni allo sfruttamento dell'animale che sarebbe costretto a produrre più latte di quanto normalmente dovrebbe farne e, inoltre, per poterlo produrre si uccidono i vitelli che deve per forza partorire per poterne fare. Il tutto riducendo le aspettative di vita dell'animale a circa 5 anni.

Innanzitutto, occorre fare una chiarezza riguardo alla produzione del latte da parte dell'animale: le razze destinate alla produzione del latte sono geneticamente predisposte alla sovrapproduzione del latte (tramite selezione artificiale). Dopo di ché, la produzione deve avvenire effettivamente con la fecondazione: la manza destinata alla produzione del latte viene fecondata intorno al 26° mese (pag. 3, "Età al primo parto", pag. 4 il grafico statistico) e il nascituro non viene, di norma, separato immediatamente dalla madre, poiché in questa fase la vacca non produce subito Latte, ma Colostro e segue la lattazione con questo da parte della madre per circa una settimana (qua descritte le fasi). La stessa fecondazione viene regolamentata. Solo in seguito, con un poco di anticipo, il vitello viene separato dalla madre per essere nutrito con latte artificiale e, a breve distanza, svezzato.

Gli allevamenti devono inoltre seguire una certa etica, come esplicato in questo opuscolo della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), a pagina 75, dove l'animale non deve riportare nessun tipo di trauma. C'è anche da considerare che le varie razze bovine hanno diversi periodi di produzione. Dopo questo periodo, però, è necessario ricorrere alla rimonta (semplificando: la sostituzione dei capi più anziani con quelli più giovani) e le mucche da latte che non sono più produttive vanno effettivamente al macello. Purtroppo, nella filiera del latte, il mantenimento stesso dell'esemplare ha i suoi costi, per la quale, se l'allevatore ci deve vivere, l'animale deve risultare produttivo al punto da permettere all'allevatore di rientrare nelle spese e di guadagnare quello che gli serve per vivere ed, eventualmente, per ampliare l'azienda.

Su quest'ultimo appunto girano diverse affermazioni, del tipo "Allo stato selvatico questi animali potrebbero arrivare anche ai 20 anni.", ma purtroppo non è così. Almeno, non per queste mucche: come detto in precedenza, le vacche da latte sono razze selezionate artificialmente (non in laboratorio, semplicemente usando gli incroci con i giusti individui) per produrre più latte di quanto il vitello ne abbia realmente bisogno. Di conseguenza, una mancata mungitura dell'animale porta inevitabilmente ad accumulo del Latte nella mammella, con conseguenti dolori derivati e maggiori probabilità di contrarre Mastite (ed è anche per questo motivo che esistono i tiralatte per gli esseri umani, da usare quando il neonato non mangia a sufficienza). La questione dei 20 anni deriverebbe forse da una confusione tra specie: benché appartenenti alla stessa Tribù (distribuzione tassonomica tra la Sottofamiglia e il Genere), le vacche, appartenenti al genere Bos (il cui antenato comune fu il Bos primigenius taurus, oggi estinto, chiamato anche Uro), non vanno accomunate ai membri appartenenti del genere Bison, le cui caratteristiche anatomiche e caratteriali lo rendono idoneo alla vita selvatica (come il Bison bison, il Bisonte americano, che effettivamente può arrivare e superare i 20 anni di vita, o il Bison bonasus, il bisonte europeo). Dunque, in ogni caso, l' "aspettativa di vita" di questi animali è già di per sé abbastanza breve (paradossalmente, vivono più a lungo in cattività che allo stato selvatico).

Arrivando infine alla questione ambientale, questo punto è forse tra i più delicati trattati qua: effettivamente gli allevamenti contribuiscono significativamente alle emissioni di gas serra (prevalentemente metano prodotto dalla digestione dei bovini). Non a caso, anche negli anni passati il fenomeno era sotto attenta analisi, tant'è che si sta pensando, in questi ultimi anni, di utilizzarlo come fonte energetica. Tale utilizzo non sarebbe solo possibile per la produzione di energia per impianti o abitazione, ma anche come possibile combustibile per i mezzi di trasporto: in Svezia, già nel 1996, hanno sperimentato l'introduzione di autobus alimentati a Biogas per provare a ridurre le emissioni. Negli ultimi anni, inoltre, sono sempre più utilizzati dei fermentatori che ricaverebbero metano dal liquame prodotto dagli allevamenti. Perciò, tale problema, è tutt'altro che ignorato. Ma occorre però specificare che anche l'agricoltura ha il suo impatto: attraverso l'uso di concimi, l'agricoltura ha portato a fenomeni come l'eutrofizzazione, che consiste, praticamente, all'aumento esagerato della popolazione algale nelle acque inquinate e con conseguente metabolismo batterico legato alla morte di queste ultime; così facendo, abbassano la concentrazione di ossigeno dell'acqua, compromettendo la vita di organismi che lo necessitano, come i pesci. Inoltre, nessuno pensa ai danni legati alla biodiversità: così come per gli allevamenti, anche l'agricoltura va a togliere areale alle specie autoctone e l'introduzione di specie potenzialmente invasive che, prive dei loro predatori naturali, potrebbero non avere problemi a "invadere" gli areali attorno ai campi e a propagarsi (come l'Heracleum mantegazzianum, anche se, per il resto delle piante, gli esiti non sono sempre così pericolosi).

Prima di procedere con le considerazioni finali, vorrei segnalarvi quanto mi è capitato con il sito News dal Web.

Up&Re-Upload

Durante la ricerca di articoli scientifici di approfondimento e (quasi) immediata stesura, dovevo per forza fare avanti ed indietro nel sito per rileggere i vari punti. L'articolo mi venne segnalato Martedì 6 Ottobre 2015 e, probabilmente tra Sabato e Lunedì, l'articolo in questione risultava non esistente. Una rapida ricerca su Google e trovo la pagina di Disqus che evidenzia come ci siano commenti risalenti a circa 10 mesi fa.

Sempre su Google, ho provato a vedere se era ancora possibile individuare il sito con quel titolo. E così è stato, recuperando la possibile data di pubblicazione: 18 Luglio 2015 (pressapoco 10 mesi fa).

Ho fatto dunque ricorso ad altri siti (tra cui lo stesso Leonardo.it) per continuare l'opera di ricerca, finché, il giorno 16 Ottobre 2015, sul sito Notizie dal Web ricompare lo stesso articolo (tramite lo stesso link del 6 Ottobre 2015), con una piccola differenza: la data, che segnava appunto quella del 16 Ottobre e non l'originale. Le prove a sostegno sono la permanenza dei commenti sotto lo stesso articolo che, benché sia stato (ri)pubblicato il giorno 16 Ottobre, continuano a riportare come datazione "10 months ago" (10 mesi fa).

A dare ulteriore conferma che l'articolo era già stato pubblicato in precedenza sul sito Notizie dal Web (di cui mi sono permesso di salvare, questa volta, sul sito Web Archive), è il blog TERRA REAL TIME che riprese lo stesso articolo dal sito NdW, copiandolo ed incollandolo in un suo intervento datato 6 Ottobre 2015 (anche questo salvato su Web Archive).

Ho provveduto a salvare anche gli altri siti (non si sa mai che gli capiti la stessa sorte capitata a NdW) che avevano riproposto lo stesso intervento (alcuni copia-incollando tutto, chi una parte soltanto), tra cui Panda Pazzo (19 Luglio 2015) e Donna&Benessere (29 Settembre 2015), che si affiancano a tutta una nutrita schiera di siti che riportano più o meno le stesse motivazioni (alcuni solo 5) e che intasano letteralmente la rete quando si cercano informazioni inerenti alle caratteristiche chimico-fisiche del latte e il suo ruolo nella nutrizione.

Considerazioni finali

Se state pensando di usare questo articolo come scusante per recarvi alla sagra della mozzarella di bufala impanata e fritta nello strutto, beh, vi sbagliate di grosso.

Come è stato sottolineato nei punti che lo necessitavano, di studi in merito alla salubrità o alla nocività di composti presenti (naturalmente o meno) nel latte sono ancora in procinto di concludersi, mentre altri staranno iniziando proprio ora, mentre leggete queste righe. E anche dagli studi conclusi dalla fine degli anni 80 ad oggi non danno ancora una risposta definitiva. Questo perché vengono prese in considerazioni più variabili possibili (come lo studio degli effetti anti-osteoporosi in esemplari femmina di topi a cui, però, sono state esportate le ovaie: per certo, i medici non si sognerebbero di andare a dire alle donne del pianeta "Esportatevi le ovaie per poter ottenere più benefici dal latte!"), così come altri studi dove presentavano invece risultati allarmanti legati, però, all'eccesso del suo consumo (o anche dei suoi derivati, accompagnati da altri alimenti decisamente ipercalorici). Senza contare le influenze legate ad uno stile di vita sano o meno, l'assunzione bassa, moderata o alta di alcool, fumo, vita sedentaria o attiva, condizioni preesistenti...

La dr.ssa Hever su certi punti avrà avuto anche ragione, ma tra questi e gli altri ha speculato sulle conoscenze (di cui alcune non del tutto approfondite) del periodo, quando ancora mancavano i risultati di altri esperimenti che sarebbero terminati negli anni successivi (come dissi, nessuno ha la capacità di prevedere nel futuro) e ignorando, come il collega Campbell, tanti studi antecedenti e contemporanei in merito agli effetti del Latte e delle sue componenti.

Così come oggi ci stanno speculando diversi siti pro-Vegan o che si fingono divulgatori scientifici nel campo della nutrizione e salute che ripropongono, a distanza di 15 anni, articoli che rasentano l'allarmismo sfruttando l'ondata di paura inerente alla salute, ignorando moltissimi studi e pubblicazioni che nel frattempo sono usciti su siti e riviste specializzate.

Avere cura del proprio corpo è cosa sacrosanta ed è bene farlo, ma non per questo ci si deve affidare a siti del genere, soprattutto perché chi ci sta dietro potrebbe non avere nessuna qualifica in merito. E nemmeno io posso venirvi a dire cosa potete/dovete o non potete/non dovete mangiare nella vostra vita. Consultatevi sempre con il vostro medico di fiducia e anche dal pediatra che segue vostro figlio e che conosce i risultati dello Screening neonatale (utile per individuare possibili allergie o malattie alimentari, come la Galattosemia per la quale lo stesso latte materno può arrecare danni all'individuo) e fatevi consigliare, da questi, un dietista competente, poiché, in base agli stili di vita individuali e alle eventuali allergie e/o intolleranze, è bene saper scegliere gli alimenti giusti.

LaNozioneRagniIl sito che riporta una notizia del genere è per me una novità, ben diverso dalla solita habitué a cui ero abituato in passato: La Nozione. Già il nome, molto simile a "La Nazione", può portare a ritrovarselo nel motore di ricerca digitando la "o" al posto della "a" per errore. Prima di procedere, vorrei solo sottolineare che tale sito riporta bufale del calibro delle Ostie allucinogene a Campobasso (bufala di carnevale), oppure quella che dal 1° Settembre le famiglie italiane dovranno ospitare a casa loro gli immigrati cambiando addirittura i nomi (come se cambiando il nome dei parlamentari rendesse valida la storia; io ho una Clio e chiamarla Testa Rossa non la farà andare più veloce). Ce ne stanno altre davvero assurde che potrei dedicarmici per un mese intero e ne avrei ancora per diverso tempo, ma credo che dovrò centellinare i miei interventi sul suo conto. Ma ora arriviamo al punto: un ragno velenoso proveniente dall'estero sta invadendo il Nord Italia?

Ragni velenosi nel Nord Italia: Allarme o Allarmismo?

L'articolo in questione (WebArchive) parlerebbe di una specie proveniente dagli Stati Uniti, il Loxoceles rufescens (in corsivo perché il nome scientifico è in latino), e che ora si troverebbe in Italia, particolarmente al Nord.

Ora... Questa notizia di stampo allarmistico è nata mescolando altri articoli bufala/allarmistici come quello di cui si parla nel sito Newsly con alcune frasi della seguente pagina di Wikipedia. Quella sbagliata per giunta

L'articolo parla della specie Loxoceles rufescens come una specie invasiva, quando in realtà si tratta di una specie autoctona (è originaria del posto) e distribuita in tutta la penisola italiana, mentre quella originaria degli Stati Uniti e che sarebbe stata trovata fuori dal Nuovo Continente è la cugina Loxoceles reclusa (nessuna segnalazione di quest'ultima nella penisola, mentre sarebbe stata avvistata in Inghilterra).

Pericolosità

L. rufescens è effettivamente una specie velenosa italiana ed è responsabile di una condizione patologica conosciuta come loxoscelismo che risulta essere raramente mortale. Tuttavia, se non curata a dovere e per tempo, può portare a danni estesi a livello cutaneo, in quanto il suo veleno ha effetto necrotizzante.

Tuttavia, benché sia una specie autoctona e diffusa per tutta la penisola, questa specie non rappresenta la minaccia che gli è stata attribuita: ricercando nelle testate giornalistiche, tra quelle di portata nazionale e quelle di portata regionale, ho trovato solo tre articoli che parlano di casi di ricovero per colpa di questa specie: una risalente al 25 Agosto 2010 de "La Nazione", avvenuto a Perugia (con un titolo altrettanto allarmistico), concludendo che casi simili capitano una-due volte l'anno; il 23 Maggio 2013 il sito "La Provincia Pavese" parla di tre casi in dieci giorni, evento del tutto eccezionale a Pavia, considerando che, come dichiara il medico (non identificato) che l'anno prima è capitato solo un unico caso; il 30 Gennaio 2015 il sito Corriere delle Alpi riporta un caso di ricovero di un trentenne di Feltre che ha rischiato di perdere il dito. Insomma, la casistica non è dalla parte di chi parla di seria minaccia alla propria incolumità.

Inoltre, questa specie di ragno non è aggressiva nei confronti dell'uomo: non tende a mordere, a meno che non si senta minacciato e pertanto le possibilità che possa mordervi sono molto esigue. Fate giusto attenzione se girate scalzi sul prato.

All'epoca, mi venne segnalato un articolo abbastanza controverso di Dionidream, nella quale viene ripresa inizialmente l’affermazione di uno studio della Harvard School of Public di Boston secondo cui il riso bianco sarebbe da sostituire con il riso integrale, seguito da considerazioni riguardo il processo di raffinazione in cui verrebbero usati talco e paraffina. Inizieremo a parlare di questi ultimi due per poi concentrarci un attimo sullo studio condotto da Harvard.

TALCO/SILICATO DI MAGNESIO

Nell’articolo viene affermato che il silicato di magnesio, o talco, avrebbe un effetto cancerogeno per l’organismo. E’ bene precisare che esistono diversi composti che formano la categoria dei silicati e il silicato di magnesio può trovarsi sotto diverse forme. Inoltre, tra gli additivi alimentari, non esiste solo il silicato di magnesio.

Nell'industria alimentare, il talco viene riconosciuto come additivo E 553b, mentre il silicato di magnesio come additivo E 553a (i) (esiste anche il trilisicato di magnesio, denominazione (ii)) come antiagglomerante. L’idea che possano portare alla formazione di tumori è una preoccupazione che si è posta anche l’American Cancer Society che ha condotto diversi studi, i cui risultati, però, non sono ancora oggi certi. E’ ipotesi che a dare l’effetto cancerogeno non sia il talco in sé, ma l’asbesto che può presentarsi nel minerale. Asbesto e talco hanno le stesse componenti chimiche ma in diverse proporzioni e a dare maggiori problemi non è tanto la composizione in sé, ma la sua natura fibrosa. L’asbesto, noto anche col nome di amianto, venne usato come isolante termico per gli edifici e oggi bandito a causa del suo effetto sull'organismo, in primis a livello polmonare: le fibre di asbesto, dal diametro di 0.5 micrometri, possono arrivare fino agli alveoli polmonari e si vanno a depositare sull'epitelio alveolare e da qui iniziare la cascata azioni che possono portare alla formazione dei tumori.

È da ricordare che l’avvolgimento avviene anche con glucosio, pertanto abbassa effettivamente la reale concentrazione di talco. Il perché viene usato lo spiegheremo dopo aver parlato della paraffina.

PARAFFINA

La tipologia di paraffina effettivamente usata nell'industria alimentare è la così detta “paraffina liquida” o “olio di vaselina”. La differenza sostanziale tra la paraffina imputata di avere effetti cancerogeni (derivati non dalla paraffina in sé, ma da composti di filtrazioni in essa presenti e che formano dunque la frazione meno raffinata) e quella ad uso alimentare (o anche farmaceutica) è il grado di purezza del composto. La paraffina è un insieme di idrocarburi (prevalentemente alcani) con catene aventi intorno ai 20 atomi di carbonio, del tutto inerte nella digestione (ne parlai in passato a mio fratello nel caso della cera sulle mele biologiche, la cui composizione chimica degli idrocarburi che la costituiscono è molto simile).
Trova largo impiego anche nel settore farmaceutico per la sua inattività chimica per creme per la pelle, lubrificanti, ma anche lassativi emollienti poiché riesce a “lubrificare” il contenuto intestinale, favorendone il suo trasporto. L’unica controindicazione che viene fatta in ambito alimentare è la sua capacità di rendere indisponibile una certa frazione di composti utili all’organismo con natura liposolubile (come la vitamina D), pertanto viene sconsigliato l’uso troppo frequente.

VENGONO USATI ENTRAMBI? NO.

L’articolo afferma che il riso venga prima trattato con talco/glucosio e poi con la paraffina. Ciò non è assolutamente vero: nell’industria alimentare il riso viene trattato solo con uno dei due, ma mai insieme. Il processo con talco/glucosio viene chiamato brillatura e, a discapito del nome, anche questo processo ha funzioni tutt’altro che estetiche: i chicchi vengono infatti rivestiti o con uno o con l’altro metodo per scopi puramente conservativi (tramite brillatura otteniamo il riso brillato, mentre tramite oliatura, con la paraffina, otteniamo il riso camolino). I chicchi di riso sono in grado di assorbire grandi quantità di acqua e ciò può portare all’alterazione del prodotto nel processo di vendita, soprattutto per il fatto che viene sempre venduto a peso. Qua viene riportato, per ulteriore conferma, la dichiarazione di Martina Izzo della Segreteria Alimenti/Gruppo AIC.

FATTORI NUTRIZIONALI

Le proporzioni riportate sono più o meno corrette, ma occorre tenere a mente anche i valori raccomandati effettivi: come si evince dalle due tabelle di riferimento, in 100g di riso integrale (brown rice) non sono contenuti i valori sufficienti delle sostanze citate da Dionidream. Difatti è sempre consigliato, che si tratti di riso bianco o integrale, di apportare anche altri alimenti da consumare nella vita quotidiana per avere una dieta più bilanciata possibile affinché si riesca ad ottenere il giusto apporto di nutrienti (ad esempio, il manganese, importante per la costituzione dell’enzima superossido dismutasi, lo si può trovare anche nell’insalata a foglie verdi e in diversi frutti come fragole e kiwi). Inoltre, il riso in generale è carente di altre sostanze, come il retinolo (vitamina A). In ogni caso, per altri elementi ne è richiesta una quantità anche piuttosto modesta, ma è bene anche non esagerare.

LO STUDIO

Dionidream, nel suo articolo, fa riferimento ad uno studio pubblicato dalla Havard School of Public Healt, senza però dare un link a questo. Tuttavia c'è ed è questo, con supporto lo studio condotto da Qi Sun (e collaboratori), pubblicato il 14 Giugno 2010 nel website journal Archive of Internal Medicine. Lo studio in questione, però, è stato eseguito per mezzo di uno Studio di Coorte, come viene dichiarato nello stesso. Questo metodo consiste in uno studio longitudinale, ovvero vengono presi in esame diverse osservazioni in un periodo su uno o, in questo caso, più soggetti. E' uno strumento molto potente, applicato non solo in medicina, ma anche in ecologia e in altri ambiti. Però è da sottolineare il risultato di questo studio:

Results  After multivariate adjustment for age and other lifestyle and dietary risk factors, higher intake of white rice (≥5 servings per week vs <1 per month) was associated with a higher risk of type 2 diabetes: pooled relative risk (95% confidence interval [CI]), 1.17 (1.02-1.36). In contrast, high brown rice intake (≥2 servings per week vs <1 per month) was associated with a lower risk of type 2 diabetes: pooled relative risk, 0.89 (95% CI, 0.81-0.97). We estimated that replacing 50 g/d (uncooked, equivalent to one-third serving per day) intake of white rice with the same amount of brown rice was associated with a 16% (95% CI, 9%-21%) lower risk of type 2 diabetes, whereas the same replacement with whole grains as a group was associated with a 36% (30%-42%) lower diabetes risk.

In pratica, dopo aggiustamenti multivariati, ossia che l'andamento è stato corretto tenendo in considerazione le altre variabili in gioco (età, stile di vita, fattori di rischio etc...), si è osservato un incremento del rischio di contrarre il diabete di tipo 2 (insulino-resistenza) con un consumo pari o superiore a 5 porzioni alla settimana contro uno al mese. In contrasto, come suggerito dallo stesso, rispetto al consumo di 2 porzioni di riso integrale alla settimana contro 1 al mese.

Lo studio ha la sua validità, ma sottolinea anche come un alto consumo (higher intake) sia la problematica principale e, in quel senso, consigliano la sostituzione con il riso integrale. Basterebbe dunque limitare il consumo ma, come nello stesso studio viene affermato, il consumo effettivo di riso bianco sta via via aumentando negli ultimi anni negli Stati Uniti ed è giusto mettere in guardia il consumatore, senza però scatenare il panico o lanciare allarmismi non necessari. Questo era lo scopo principe della ricerca di Harvard, la quale conclude con un suggerimento o comunque con una raccomandazione:

Conclusions  Substitution of whole grains, including brown rice, for white rice may lower risk of type 2 diabetes. These data support the recommendation that most carbohydrate intake should come from whole grains rather than refined grains to help prevent type 2 diabetes.

CONCLUSIONI

Alla luce di quanto osservato, si può dire che Dionidream fa leva, nel suo articolo, sulla speculazione di studi reali e dati certi dei valori nutrizionali, eliminando altri aspetti dietologici quali l’attività fisica, la predisposizione all’insorgenza di eventuali malattie (non solo il diabete, ma anche disturbi del tratto intestinale) e fomentando la paura dell’ormai noto spauracchio del cancro.

Io, per certo, non ho l’autorità per dirvi se consumare un particolare alimento o se è preferibile un altro: chiedete sempre consiglio al vostro medico di fiducia, oltre che consultare un dietologo qualificato. Loro sapranno dire con maggiore certezza  quale deve essere la dieta più idonea in base al vostro stile di vita (sedentaria, sportiva, molto o poco attiva...) e in relazione alla presenza o meno di disturbi alimentari (diabete, celiachia, favismo...).

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Eeeeh, eccomi qua. Fa strano avere il proprio sito/blog personale. Tempo fa credevo che sarebbe stato impossibile, per uno come me, averne uno. Ed oggi mi ritrovo ad inaugurare il mio.

Ma tagliamo corto e passiamo subito alle presentazioni, nonché ad un rapido riassunto del mio operato su internet: mi chiamo Daniel Puente, sono uno studente universitario di Scienze Biologiche, curriculum Biodiversità degli Ecosistemi Terrestri e Marini (no, non voglio fare il Biologo marino; niente contro i biologi marini, ma ogni volta che dico il curriculum mi fanno la stessa domanda) ed amante di una buona parte dei vari media, tanto da entrare in uno di essi: YouTube con il canale Lo Straniero In Terra Straniera (è una storia buffa, prima o poi la racconterò). Come se non bastasse, qualche anno dopo l'apertura del canale, mio fratello, David Puente (non scherzo, lui può confermarlo, perciò non venitemi a dire che fingo per accalappiare utenza perché avete cercato su Google "Puente"), mi tira dentro al mondo della demistificazione (divenendo dunque un "debunker") come consulente per alcuni articoli che segnalavano quando ancora apparteneva alla realtà di Bufale.net. Non l'avesse mai fatto, tanto bene che stavo prima (LOL!), ed oggi mi ritrovo a leggere certi articoli che trovo nella rete, riguardanti il mio campo di studi (e limitrofi) e a fare la faccia che segue.

Yen Sid del film "Fantasia" del 1940. Se si legge il suo nome al contrario viene fuori "Disney." Coincidenze? No, omaggio voluto.
Yen Sid del film "Fantasia" del 1940. Se si legge il suo nome al contrario viene fuori "Disney." Coincidenze? No, omaggio voluto.

Ed ormai non posso più farne a meno. Soprattutto quando sento da persone che nella vita fanno tutto tranne che lavorare nel settore scientifico dirmi cose che non stanno né in cielo, né in terra, né tanto meno nello spazio siderale senza soli. Il peggio è quando sono dei bambini. Nel senso letterario del termine, non lo affermo per dire che tengono un comportamento infantile, ma hanno davvero un'età che rientra tra l'infante e l'adolescente. Tanto per darvi una idea della gravità della situazione, vi propongo lo screenshot di un commento lasciatomi da uno youtuber di 12-13 anni sotto al mio in merito a ciò che pensavo io dei ristoranti vegani:

Se Fiorella lo dovesse leggere gli verrebbe un infarto multiplo.
Se Fiorella lo dovesse leggere gli verrebbe un infarto multiplo.

Non ricordo esattamente quanti anni avesse, ricordo che andai sul suo canale e sulla sua pagina (fa gameplay del gioco di carte di "Yu-Gi-Oh!" su pc) e l'ho ipotizzato. Mi aveva anche detto quanti anni aveva, ma poi, quando gli ho fatto notare che almeno 10 cose della "credenza vegana" erano sbagliate, ha cancellato i commenti. Tranne quello che vi ho mostrato. Fatto sta che quando si tratta di bambini io mi infervoro ancora di più.

Per questo motivo cerco di farmi in 4 (su YouTube sicuramente, interpretando lo Straniero, il Dr. Professor e Antropopulus, nonché con la rubrica "Scienza in Spicci" nella quale ci sono io e basta) nel settore della divulgazione, anche se in un modo un pò particolare: nerdando abbestia. Tempo fa , quando studiavo per Fisiologia e Biochimica, per cercare di ricordarmi meglio gli argomenti ho provato a fare una analisi degli zombi visti nei film, con risultato, oltre ad aver passato gli esami per quelle materie, la nascita delle nuove rubriche su YouTube, iniziando proprio con la Fisiologia dei diversi zombi visti nei vari media. Convinto e fiero in questo progetto, soprattutto dopo aver letto e commentato questo articolo di un docente Davide Viggiano dell'Università degli studi del Molise (si, esiste il Molise, piantiamola con queste battute). La sua risposta, quel "Grande!", mi ha dato la spinta per proseguire in quello che stavo facendo. Ovviamente mettendo dei paletti grossi come una sequoia, considerando anche che, nel periodo in cui ho realizzato quei video, giravano articoli inerenti alla "droga degli zombi" o la "droga del cannibale".

Per concludere, dunque, cosa troverete in questo sito/blog? Certamente approfondimenti di ciò che porto su YouTube, nonché eventuali articoli slegati da quest'ultimo e di approfondimento su tematiche che sono ultimamente in auge nella rete e non, infine eventuali "debunkate" nuove ed anche alcune che su Bufale.net non sono mai apparse (motivi gestionali, alcuni erano in attesa di revisione vista la mole di materiale preso per esaminarli).

Perciò, continuate a seguirmi per aggiornamenti (tra cui quello dell'immagine del sito, dato che quello di default non mi pare il caso di tenerlo a lungo).